1984 e la Neolingua come strumento di dominio
La geniale invenzione della Neolingua nel romanzo distopico 1984 di George Orwell può essere considerata un’ars oblivionalis [1], ovvero una tecnica per dimenticare tutto.
La Neolingua è l’idioma parlato nella Londra del 1984, ingrigita e spenta sotto il governo totalitario del Socing (parola che indica il Socialismo Inglese). L’Archelingua non è ancora stata sostituita dal governo, cosa che è in progetto per il 2050, attraverso l’undicesima e definitiva edizione del Dizionario di Neolingua. Questo nuovo idioma deve prendere il posto della vecchia lingua, in quanto è di semplice acquisizione, tanto che non c’è neanche bisogno di pensare. Il suo lessico, infatti, è stato spogliato da tutte le parole inutili. Un linguaggio, dunque, in cui non è previsto nessun fenomeno di polisemia o omonimia. Non si tratta infatti di una lingua con dei nuovi vocaboli che sostituiscono quelli vecchi, ma della stessa lingua – l’ inglese – ormai mortificata, in quanto ridotta alla semplicità più assoluta.
La polemica orwelliana è chiaramente diretta contro il cablese e il Basic English, due gerghi giornalistici che si stavano facendo strada in quegli anni. Il primo è una specie di stenografia verbale che procede attraverso abbreviazioni per troncamento e condensazione; mentre il secondo, inventato da Charles Kay Odgen, è un “inglese basico” semplificato per l’appunto fino all’osso: il vocabolario comprende infatti solamente 850 parole e la sintassi è altrettanto povera. A questo proposito, Caterina Marrone osserva: “Ogden non dimentica di includere, tra le 850 parole sopravvissute, il verbo bollire, tanto gli sembra evidente che sotto tutte le latitudini sia indispensabile fare il tè alle cinque del pomeriggio.” [2]
La Neolingua, dunque, è un misto di questi due gerghi. Ne sono un esempio parole come psicoreato, condensazione di “delitto di pensiero”; oppure pensabuono, cioè “ortodossia”; o ancora Minipax, cioè “ministero della pace”, e via dicendo. L’inglese viene epurato anche dai contrari, perché:
“Una parola contiene il suo opposto in se stessa [...] Se c’è una parola come buono, a che serve una parola come cattivo? La parola sbuono servirà altrettanto bene se non meglio… perché costituisce un opposto preciso, mentre l’altra parola non lo costituisce affatto. O ancora, se vuoi qualcosa di meglio, di più forte che buono, che ragione c’è di mantenere una serie di parole imprecise, vaghe, inutili come eccellente o splendido o il resto che sai? Plusbuono servirà a dare tutti i significati, ovvero bisplusbuono se ci sarà bisogno di qualcosa di più forte .” [3]
Il lessico della Neolingua è formato da tre vocabolari: il “vocabolario A” per l’uso quotidiano; il “vocabolario B” per i discorsi politici e, infine, il “vocabolario C”, che comprende termini scientifici. Anche la grammatica è molto semplice e assolutamente priva di eccezioni, proprio per rendere la lingua non ambigua. Le parole devono avere un unico significato, devono esprimere una sola idea, in modo da non creare confusione alcuna. La polisemia, infatti, rende il linguaggio in qualche modo confuso, causando ciò che in semiotica si chiama “vaghezza” semantica e sintattica. Tuttavia è proprio questa caratteristica del nostro linguaggio che fa sì che la poesia o meglio, la creatività in generale siano possibili.
L’interpretazione di metafore, o di modi di dire, come pure le figure retoriche e tutti quegli altri aspetti pragmatici della lingua, implicano un ragionamento, una riflessione. Ma la Neolingua, in realtà, non deve assolutamente far ragionare. La dittatura del Socing, infatti, la utilizza come unico strumento di controllo dei cervelli. Per questo l’Archelingua deve essere necessariamente sostituita.
L’uomo “nuovo” deve essere, dunque, amnesico. In altre parole egli deve essere privato delle sue radici, della sua storia, della sua lingua, della sua cultura: deve dimenticare tutto, per accettare inconsapevolmente il controllo del Grande Fratello. La sua memoria deve essere cancellata e con essa la sua lingua in quanto ogni lingua naturale è strumento di memoria e conoscenza degli uomini. Possiamo dire, in definitiva, che la Neolingua è uno strumento di oblio. Ma come può esserlo?
“Ogni espressione organizzata in funzione segnica da una semiotica, non appena emessa, mette in gioco una risposta mentale. Per cui non si può usare un’espressione per far sparire il proprio contenuto [...] la semiotica è per definizione un meccanismo di presentificazione alla mente ” [4] dice Umberto Eco, la cui opinione è che non può esistere una letotecnica, ovvero un’arte della dimenticanza.
Tuttavia, il tentativo linguistico di Orwell ha un fattore molto importante dalla sua parte: l’abolizione di ogni diversità. Con la Neolingua, difatti tutte le diversità vengono eliminate, in modo tale da confondere per cadere tutto nell’oscurità dell’oblio. La Neolingua viene completamente epurata dalla polisemia, dall’omonimia, e da ogni altra causa di equivocità, in favore di un linguaggio in cui ad un segno corrisponde uno ed un solo senso. Oltre all’omogeneità delle parole, anche l’eufonia gioca un ruolo fondamentale nell’utilizzo meccanico di questa “lingua dell’oblio”: le parole infatti devono essere di facile pronuncia, arrivare all’orecchio immediatamente, senza l’utilizzo di un pensiero operante.
Orwell sembra voler riprendere in qualche modo le tesi di Adorno e Horkheimer dell’opera “La dialettica dell’illuminismo”: se nel mito il significante coincideva esattamente con il significato, l’illuminismo, superando il mito attraverso il linguaggio polisemico, cade, però, nella logica formale, in cui ad ogni segno corrisponde un solo senso.
“[...] la parola depurata da ogni residuo estraneo lo presenta (l’oggetto) come il caso particolare di un momento astratto, e tutto il resto, che viene escluso e reciso dall’espressione a causa di un obbligo di univocità e chiarezza, deperisce, in tal modo anche nella realtà.”[5]
I due filosofi da una parte, e lo scrittore inglese dall’altra, sembrano volerci ammonire di fronte alla tendenza dell’industria culturale ad omologare tutto, anche la lingua, e con essa, la cultura in favore di una globalizzazione che porterà l’umanità verso una dimensione di oblio dalla quale potrebbe non riemergere.
[1] . Ars oblivionalis, o letotecnica, è la risposta alla mnemotecnica della retorica, ovvero la tecnica per ricordare le argomentazioni di un discorso
[2] . C. Marrone, Le lingue utopiche, Stampa Alternativa & Graffiti, Roma, 2004, p. 239
[3] . G. Orwell, 1984, Mondadori, Milano, p. 75
[4] . U. Eco, Ars Oblivionalis, Kos, 1987, p. 49
[5] . M. Horkheimer, T. W. Adorno, La dialettica dell’illuminismo, Einaudi, p. 178
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L’uomo “nuovo” deve essere, dunque, amnesico. In altre parole egli deve essere privato delle sue radici, della sua storia, della sua lingua, della sua cultura: deve dimenticare tutto, per accettare inconsapevolmente il controllo del Grande Fratello.
Non e’ proprio quello che il grande fratello di oggi (adesso si chiama lo stato piu’ democratico o la comunita’ internazionale) tenta di fare attraverso la sua neolingua, l’inglese imperiale semplificato.
Il problema sembra essere che a differenza di quanto almeno uno faceva nel romanzo di Orwell oggi non si ribella nessuno. Forse appena qualche pazzo esperantista. Vedi http://www.esperanto.it . Ma in fondo a chi interessa di soluzioni eque. Viva il piu’ forte.
Cordialmente
Renato Corsetti