La rivoluzione dell’espressionismo in musica

Dalla Salomè di Richard Strauss alla “Scuola di Vienna”, l’avvento dell’atonalità e della composizione dodecafonica

L’avvento dell’espressionismo si fa interprete di un periodo di forte crisi spirituale ed esistenziale, diffusa in particolar modo nei paesi nordici; tale crisi di matrice filosofica e metafisica, è andata amplificandosi nel corso di pochi anni, inglobando le teorie psicoanalitiche freudiane, ed una forte angoscia di motivazione storica e sociale, legata a quelle che erano le condizioni dell’Europa all’indomani della Grande Guerra, dove sotterraneamente già scorrevano i veleni dei totalitarismi che avrebbero portato alla tragedia. Andando con ordine però, e cercando di concentrarsi sul significato che ha avuto l’espressionismo nella storia della musica, bisogna cominciare dai primi del ‘900. Numerosissimi artisti ed intellettuali, sentendo ormai inattuali le categorie che avevano fondato tutta la fase del naturalismo e del romanticismo, contraddistinte da un rigido formalismo, sentirono l’esigenza di una rottura radicale col passato. Molti musicisti, sospinti da questo senso di opposizione alla tradizione consolidata, tentarono di superare Wagner, figura alla quale sembrava che tutta la cultura musicale dovesse necessariamente restare anchilosata. Al post-wagnerismo corrispondeva un significativo aumento di sensibilità ed interesse rivolto a Gustav Mahler.

Non a caso, quest’ultimo diresse, nel 1905, Salomè di Richard Strauss; la prima rappresentazione di quest’opera fu un avvenimento sconvolgente, che segnò nel profondo le coscienze delle persone che vi assistettero. Strauss dimostrò come tutti i fermenti eversori, tutte le tensioni spirituali e la crisi di valori diffusa in Germania potessero essere tradotte in musica. Seppur proveniente dalla scuola wagneriana (ma d’altronde ogni compositore dell’epoca si era dovuto mettere a confronto con Wagner), Strauss operò uno sconvolgimento linguistico radicale. La forma del discorso musicale dimostra un’arditezza non usuale per l’epoca, una mancanza di omogeneità e di articolazione, fatta di ritmi lacerati e deformati che accompagnano quello che è il destino di Salomè, trascinata da un delirio sensuale senza mitigazioni.

L’opera di Strauss è da considerarsi come un’anticipazione dell’avvento dell’espressionismo musicale. Non rimandando ad un manifesto artistico, o ad un piano fatto di regole e intenti da condividere, ed avendo a che fare soprattutto con una sensibilità più che con una certa modalità stilistica, l’espressionismo musicale è difficilmente circoscrivibile. Vi si sono affiancati, nel corso del ‘900, Stravinskij, Bartòk ed Hindemith in maniera differente; ma la manifestazione più radicale ed esplicita dei principi espressionisti in musica si ebbe con l’avvento della cosiddetta “Scuola di Vienna”. La scuola viennese, erede e contemporaneamente maggiore interprete delle istanze espressioniste, avrebbe determinato nella storia della musica una svolta senza precedenti, un assoluto rinnovamento del linguaggio musicale dopo il quale non sarebbe stato più possibile fare musica come prima.

Arnold Schoenberg, fondatore e primo assoluto riformatore del linguaggio musicale, ed i suoi due discepoli, Anton Webern e Alban Berg, che pur partendo dal maestro caratterizzarono la loro produzione in maniera assolutamente personale, furono i componenti della suddetta scuola. Interpreti di un’epoca, in grado di segnare irreversibilmente il corso della storia della musica, i tre condivisero il destino dell’isolamento, dell’incomprensione, nonché della persecuzione nazista, quando negli anni ’30 furono introdotti nella “lista nera” hitleriana per “arte degenerata”.

Solo sfiorando la profondità della loro opera, possiamo dire che negli anni del loro esordio, la prima decade del ‘900 (all’indomani della Salomè di Strauss), venne messo definitivamente in crisi un sistema di composizione che aveva dominato la musica occidentale per secoli, fino ad identificarsi con essa. Ciò che rimaneva ancora non totalmente sviluppato, in stato di embrionale implicitezza, in autori come Mahler, Debussy e Strauss (ma già in qualche modo nell’ultimo Beethoven) giunge a coscienza di questi autori. I tre svilupparono coscientemente il principio dell’ “atonalità”, ovvero la soppressione dei rapporti gerarchici fra le note. La musica aveva sempre fatto riferimento alla tonalità (per esempio, l’accordo diatonico, l’accordo di terza o di quinta), ossia un certo modo di organizzare le note al fine di far risultare una totalità “bella”, che “suonasse bene”. Il riferimento alla “tonica” è diventato, nel corso dei secoli, una convenzione che veniva accettata come ovvia; tutta la composizione ruotava rigorosamente e senza possibilità di scappatoia intorno ad una determinata tonica (esempio, le note che seguono le sinfonie: Sinfonia in la minore). Con l’avvento dell’atonalità, i suoni si liberano totalmente da qualsiasi predeterminatezza imposta dall’esterno: l’artista lavora direttamente con le note, senza la necessità di ricondurre il pezzo ad un suono dominante: “Mai crisi di valore sul piano sociale ha trovato più esatta corrispondenza sul piano estetico. La scoperta dell’atonalità, compiuta proprio nell’ambito dell’espressionismo, è un fatto decisamente fondamentale per tutta la storia della cultura” [1].

Tale liberazione dei suoni porterà, pressappoco negli anni ’30, sempre per mano di questi musicisti, ad un traguardo ancor più radicale, ossia alla fondazione del “sistema di composizione dodecafonico”, dove il materiale con cui l’artista dovrà lavorare è rappresentato da tutte le 12 note della scala cromatica, e non più dalle sole 7 note della composizione tonale. Come afferma Webern “In parole molto semplici, si tratta della conquista dei tasti neri” [2]. I tasti neri del pianoforte, ovvero i “diesis” ed i “bemolle” ora hanno valore autonomo, hanno la stessa importanza e dignità dei “tasti bianchi”, mentre prima erano sempre asserviti ad un accordo superiore.

[1] . Dizionario enciclopedico della musica e dei musicisti, Fabbri Editori

[2] . Anton Webern, Il cammino verso la composizione dodecafonica in Il cammino verso la nuova musica, SE, Milano 2006

Alessandro Alfieri

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L'autore

Alessandro Alfieri è fondatore e direttore responsabile di Ipercritica, e si occupa prevalentemente di arte, cinema e popular music