Come i Pink Floyd tradussero in canzone
il messaggio de La Fattoria degli animali
La Fattoria degli animali, scritto da George Orwell tra il 1943 e il 1944, è stato fonte di ispirazione di uno dei dischi più interessanti dei Pink Floyd, Animals. Uscito nel 1977, quando la crisi interna al gruppo cominciava a farsi avanti, il disco riprende dal romanzo orwelliano soprattutto il suo carattere metaforico e satirico. Roger Waters, di fatto, non era interessato tanto alla vicenda della fattoria in sé, che comunque viene a momenti richiamata all’interno dei suoi testi. Egli era piuttosto affascinato da come Orwell si fosse avvicinato alla natura più intima dell’uomo moderno, attraverso le metafore degli animali. La metafora infatti è uno dei tropi più efficaci e di grande potenza espressiva capace di rendere la vera essenza di un concetto. Così, l’uomo di potere (o dittatore nel caso di Orwell, che si riferiva non tanto velatamente a Stalin), diventa un maiale grasso, il consenso popolare viene rappresentato dal gregge di ingenue pecore e gli uomini di fiducia sono raffigurati da cani obbedienti.
Non è certo un caso che un artista come Waters, pessimista fino al midollo e autore di dischi come The Wall (1979) e The Final Cut (1983), fosse rimasto colpito proprio dallo scrittore del romanzo distopico per eccellenza. Animals, infatti, è carico di un cupo pessimismo, che rispecchia pienamente le atmosfere della narrativa orwelliana.
All’interno del disco, Pigs (three different ones) è la canzone più rappresentativa.
Il testo riporta con fedeltà la metafora dell’uomo di potere, che viene deriso per il suo modo di fare e di apparire. L’immagine è chiara sin dalla prima strofa: “big man, pig man, ha ha charade you are” (“Omaccione, porco, ha ha, sei proprio una farsa”). Il pig-man, infatti, è ben pasciuto e sembra proprio un fantoccio. Come in Orwell, anche nel testo di Waters ritorna l’immagine del grasso collo, con due o più pappagorge, simboli opposti alla magrezza del popolo sfruttato. “You’re nearly a laugh” – “fai quasi ridere”, dice Waters, ma a ben vedere c’è poco da rallegrarsi in una dittatura – “but you’re really a cry”.
Almost a joker
With your head down in the pig bin
Saying ‘Keep on digging’
Pig stain on your fat chin
What do you hope to find
Down in the pig mine?
Quasi un buffone
Con la testa sprofondata nella tua lordura
Dici :”continua a scavare”
Macchie di porco sul tuo grasso mento
Cosa speri di trovare
nella miniera dei maiali?
Nella terza strofa, Waters fa riferimento alla realtà del suo tempo, citando esplicitamente il nome di Mary Whitehouse, passata alla storia come la paladina della censura moralista inglese, con lo scopo di restaurare la decenza all’interno di televisioni e radio che, secondo la sua opinione, avevano mandato il paese alla malora. La Whitehouse, portavoce della campagna clean-up TV, si era particolarmente accanita anche contro il gruppo e i suoi testi.
Hey you, Whitehouse
Ha, ha, charade you are
You house proud town mouse
Ha, ha, charade you are
You’re trying to keep our feelings off the street
You’re nearly a real treat
All tight lips and cold feet
And do you feel abused?
You got to stem the evil tide
And keep it all on the inside
Mary you’re nearly a treat
Mary you’re nearly a treat
But you’re really a cry
Ehi tu, Whitehouse
Ha, ha, sei una farsa
Tu, borghesuccia orgogliosa del focolare
Ha, ha, sei una farsa
Tenti d’impedirci di manifestare per strada le nostre emozioni
Sei quasi una meraviglia
Tutto labbra serrate e piedi gelidi
E ti senti violata?!
Devi contenere la marea immorale,
E rimetterla tutta dentro
Mary sei quasi una meraviglia
Mary sei quasi una meraviglia
Ma in realtà sei una tristezza
Per rendere la metafora ancora più calzante, Waters introduce nella canzone dei respiri affannosi, che stanno a rappresentare come la censura porti effettivamente all’asfissia intellettuale all’interno di una società capitalistica come quella occidentale, basata sul falso perbenismo dell’industria culturale. Pigs, così come le altre canzoni di Animals, è caratterizzata da suoni onomatopeici che rendono l’immagine ancora più viva. Inoltre, è fondamentale la presenza del basso, che in questa canzone si cimenta in note acute, che stanno a simboleggiare l’acume dei maiali, animali rozzi ma allo stesso tempo intelligenti e razionali, capaci di sfruttare ogni situazione in proprio favore.
Tornando a La fattoria degli animali, Orwell rimarca come non ci sia alcuna differenza tra un porco e un uomo subdolo e viscido, sempre pronto a sfruttare tutto e tutti per affermare il proprio potere. Non è un caso, infatti, che i maiali orwelliani, nel corso della vicenda, somiglino sempre di più al vecchio padrone: essi bevono alcolici, fumano sigari e dormono sul letto, fino ad arrivare – nel momento più significativo di tutto il romanzo – a camminare sulle proprie zampe posteriori. Questa somiglianza si palesa chiaramente alla fine del romanzo, quando gli animali non riescono più a distinguere chi è l’uomo e chi il maiale:
Il caloroso applauso si ripeté e i boccali furono vuotati fino alla feccia. Ma agli animali che dall’esterno fissavano la scena, sembrò che stesse accadendo qualcosa di bizzarro. Cos’era cambiato nelle facce dei maiali? Gli occhi di Trifoglio, logori e appannati, passavano rapidamente in rassegna una faccia dopo l’altra. C’era chi aveva cinque pappagorge, chi quattro, chi tre. Ma quale fusione, quale trasformazione era in atto? Poi, quando l’applauso terminò e la comitiva riprese le carte per continuare la partita interrotta, gli animali si allontanarono in silenzio. Ma dopo neanche venti metri si fermarono di colpo. Dalla casa giungeva un gran clamore di voci. Tornarono precipitosamente sui loro passi e ripresero a guardare dalla finestra. Sì, era scoppiata una lite violenta: urla, pugni sul tavolo, sguardi incattiviti dal sospetto, contestazioni furiose. L’apparente motivo di quel parapiglia era che Napoleone e il signor Pilkington avevano giocato entrambi, simultaneamente, l’asso di picche. Dodici voci urlavano rabbiose, ed erano tutte uguali. Non c’era più alcun dubbio su ciò che era successo alla faccia dei maiali. Dall’esterno le creature volgevano lo sguardo dal maiale all’uomo, e dall’uomo al maiale, e ancora dal maiale all’uomo: ma era già impossibile distinguere l’uno dall’altro. [1]
[1] . G. Orwell, La fattoria degli animali, Mondadori, Milano 2010, pp. 111-112.
Nessun articolo inerente.

bravi i pink floid