La deificazione della miseria nella televisione senza maschera,
attraverso Pasolini e Las Meninas di Velázquez
Cito una frase profetica di Walter Benjamin: «L’umanità, che in Omero era uno spettacolo per gli dèi dell’Olimpo, ora lo è diventata per se stessa»1. Per tentare di capirne la suggestione profetica dirò soltanto che Benjamin la scrive molto prima dell’avvento della televisione, riferendola al cinema e all’arte all’interno dei regimi totalitari2. Riferita al cinema ha certamente un altro significato, soprattutto se scritta agli albori del cinema classico. Se proviamo a far riferimento alla televisione la preveggenza è quasi agghiacciante.
Il Grande Fratello è una delle trasmissioni di più alto successo della storia della nostra televisione. L’abitudine a sentire critiche e definizioni qualunquiste ci ha assuefatto all’idea che il Grande Fratello sia una brutta trasmissione, seguita da un popolo di pecore che sogna di entrare nella “casa più spiata d’Italia”. Essere d’accordo con questa prima e superficiale sentenza significa guardare al Grande Fratello con un sistema di valori, con degli strumenti critici, estranei alla storia della televisione italiana, alla cultura italiana di massa ed all’attualità italiana in generale. Questo è certamente un bene: significa avere la capacità di valutare un oggetto di analisi al di là della sovrastruttura in cui tale oggetto è inserito.
In una famoso estratto da una trasmissione televisiva condotta da Enzo Biagi, ricordo un severo Pasolini prendersela (ahimè, ancora, profeticamente) con la televisione, medium di massa, per lo stato di totale illibertà in cui era costretto a parlare all’interno del tubo catodico: Pasolini non denunciava eventuali forzature o pressioni dirette da parte di Biagi o di altri ospiti della trasmissione o di produttori o editori o autori televisivi; Pasolini denunciava l’autorità che la televisione imponeva (ed impone) a qualsiasi contenuto, anche a quelli più sinceri, liberi e democratici. La televisione avrebbe il potere di rendere autorevole il proprio contenuto e di subordinare quindi lo spettatore e il suo sguardo alla sua supremazia. La televisione è quindi il medium in grado di deificare il proprio contenuto. Pensiamo all’importanza che diamo ai telegiornali, pensiamo alla serietà con cui ci indigniamo per gli scandali di Striscia la Notizia, Le Iene, Report o Annozero.
Guardando il Grande Fratello (quarant’anni dopo le dichiarazioni di Pasolini a Biagi) si ha l’impressione di essere davanti a qualcosa di frivolo, di inconsistente, di povero di contenuti. In effetti una simile reazione è presto spiegata dal fatto che i protagonisti del Grande Fratello sono persone qualunque che possiamo incontrare nella maggior parte dei luoghi della nostra vita quotidiana.
Quindi nel momento in cui guardiamo il Grande Fratello, non stiamo scoprendo niente di così nuovo rispetto alla nostra quotidianità. Ci stiamo guardando allo specchio, osservando la realtà che abbiamo intorno. Quindi il ragionamento di Pasolini secondo cui la televisione sarebbe in grado di imporre un’immeritata autorità anche alle voci più sincere è del tutto infondata, altrimenti percepiremmo un senso di differenza, non una specularità.
Ma lo specchio è un mezzo di rifrazione, potente ma parziale, che non ci permette di vedere la realtà ma la realtà da esso filtrata, selezionata e riflessa. Pensiamo a Las Meninas, il famoso quadro di Velàzquez. Il quadro raffigura il pittore stesso che sporgendosi dalla tela, dipinge il soggetto che sta al di là del quadro, che coincide con lo spettatore. Il soggetto della tela che sta dipingendo all’interno del quadro (i reali di Spagna) è visibile solo allo specchio, medium nel medium, riflesso nel riflesso. Lo stesso Pasolini nel suo testo teatrale Calderòn3, ci fa riflettere su come quello specchio sia il simbolo del nostro modo di essere impossibilitati ad uno sguardo diretto sul potere e su come esso arrivi a noi sempre, filtrato, mediato, appunto.
Ecco che allora anche un così manifesto ritratto della gente comune, come può apparire chi partecipa al Grande Fratello, subisce la deificazione televisiva. Questo molto al di là delle superficiali implicazioni psicologiche che condizionano la “vita all’interno della casa”. È fin troppo ovvio dire che gli atteggiamenti vengono modificati dalla consapevolezza di essere ripresi e trasmessi in tutta Italia. Prendiamo per buona invece la buona fede e la forza psichica dei protagonisti. Poniamo per ipotesi che essi siano perfettamente in grado di dimenticarsi del gioco (che è un’implicazione notevole) e della trasmissione. Poniamo insomma che dopo un po’ si abituino alla vita dentro la trasmissione e si comportino così come si comporterebbero nella vita di tutti i giorni, che è esattamente quello di cui stiamo parlando.
Il gradino più basso di questo vortice di reificazione e deificazione avviene qui: perché soggetto e oggetto vengono a collimare, arrivando a coincidere. Assistiamo dunque alla reificazione dello spettatore (normalmente soggetto agente – colui che guarda –) e alla deificazione dei protagonisti (normalmente oggetto dello sguardo). Ma se soggetto e oggetto coincidono, la deificazione e la reificazione sono processi che investono un’unica realtà. Quindi trasformeremo in cose le persone che abbiamo traformato in dèi. Ma ancora peggio trasformeremo in dèi le persone che abbiamo ridotto al misero stato di cose. È in questo processo vorticoso che deifichiamo la miseria. Rileggendo la penultima frase mi appare inquietante l’uso del futuro. Perché la tragedia, con tutto il suo tasso di irrisolvibilità, è che noi stiamo trasformando in dèi le cose che erano persone, almeno da quando Pasolini cercava di farcelo notare. Giungiamo alla paradossale inversione della frase di Benjamin: «l’umanità è spettatrice della deificazione della reificazione di sé stessa».
Ma io voglio elogiare questa frivolezza, questa leggerezza, questa inconsistenza, questa povertà, questa miseria che scambiamo con Dio. Perché il vero pericolo, guardando la televisione italiana, sono le trasmissioni come Striscia la Notizia, Le Iene, Report, Annozero, Porta a Porta etc. perché sono queste che ci illudono di essere liberi ed informati, queste ci fanno fidare della televisione mentre questa, come Medusa, ci rende statue. E ci lascia sorridenti a confondere la statua con Dio. Voglio elogiare questa frivolezza perché è linguisticamente pura. Dovremmo tutti ringraziare la televisione perché con il Grande Fratello prima e con gli altri reality-show dopo, essa ha buttato giù la maschera ed è visibile, nuda, sincera.
- W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Arte e società di massa, trad. it. di Enrico Filippini, Einaudi, Torino, 1966, p.39 [↩]
- Il saggio continua e si conclude così: “La sua autoestraniazione ha raggiunto un grado che le permette di vivere il proprio annientamento come un godimento estetico di prim’ordine. Questo è il senso dell’estetizzazione della politica che il fascismo persegue. Il comunismo gli risponde con la politicizzazione dell’arte” [↩]
- Cfr. P. P. Pasolini, Calderòn, in Teatro 1, Garzanti, Milano, 2010 [↩]
Nessun articolo inerente.

Trovo l’articolo estremamente interessante e intrigante. Ma ho diversi punti critici da evidenziare:
1) Se tutto viene schiacciato nel circuito dell’identità autoriflettentesi (tendenza pienamente post-moderna teorizzata dai maggiori pensatori contemporanei, da Jameson, a Baudrillard, a Zizek) viene sacrificata la dicotomia SEGNO/SIGNIFICATO e precipitiamo nella hegeliana “notte in cui tutte le vacche sono nere”: tutto è uguale a tutto, tutto è indifferente ed è inutile parlarne, viene escluso lo spazio dell’alterità e perciò della critica. Questo perchè il tuo discorso dovrebbe riguardare per tutte le caratterizzazioni del reale e della nostra vita, io stesso che sto scrivendo, o che sto pensando, il tuo stesso articolo, tutto partecipa del tutto per quanto sia convinto del contrario. A venire sacrificata è la “differance”, la differenza, il costantemente altro garantito dallo spazio della coscienza e dal perpetuo divenire del tempo.
2) Per il punto uno, va ricordato che il nostro rapporto con la TV è “transductivo” come sosteneva Derrida: l’io e la TV si determinano a vicenda, il rapporto non è univoco, e chiedersi chi è a determinare chi, è come chiedersi se è venuto prima l’uovo o la gallina. E’ sempre la “differance” a poter garantire la frattura del rapporto circolare, perciò le differenti trasmissioni televisive, il diverso giudizio nei loro confronti…
3)…anche perchè la purezza del messaggio, la piena adesione di intenzionalità e manifestazione, non è affatto a mio avviso un criterio di valutazione positivo. Siamo al di là dell’asservimento cosciente, siamo nel pieno del superamento della questione stessa: il Grande Fratello non si pone il problema dell’asservimento, ma è “divertissment”, amusement, il divertimento. Non si possono fare confronti tra il Grande Fratello e trasmissioni giornalistiche (o presunte tali) solo perchè hanno in comune lo stesso medium. Il Grande Fratello è la partita di calcio, è il sabato sera in discoteca, è le sopracciglia rifatte, è gli infradito della Diesel, è Riccione ad Agosto, è l’ignoranza incaponita di chi poi purtroppo va a votare. Se fai il confronto tra GF e Striscia o Report, io potrei farlo tra un muro dipinto e un’operazione chirurgica: potrei comunque trarne le stesse cifre del male sotterraneo, ma rischierei, appunto, di finire nel “tutto è uguale a tutto”, nella notte e le vacche nere, fino a smettere di parlare, di uscire, di criticare, di pensare perchè tutto non è che il riproporsi di sè.
Cmq ci sarebbe molto da dire, il merito del tuo articolo è quello di essere particolarmente profondo! GOOD!
Sarei d’accordo con te se fossimo in America. La televisione italiana ha però una storia tutta sua che ha superato le proprie pareti di medium e ha invaso direttamente la vita delle persone e, cosa ancor più pesante, la vita politica dell’intero paese. In America non possiamo paragonare Lost al Grande Fratello. Percepiamo una netta distinzione, un abisso tra i due prodotti. Noi Al massimo siamo riusciti a fare Boris (grazie a Dio), a prenderci in giro, a ridere, a scherzare. Qui, a mio avviso, dobbiamo farlo. Perché la televisione ha rotto i suoi limiti, i suoi confini, il catodo in cui doveva essere confinata e tutto è “anche” divertissment. Pensa che il Grande Fratello muove migliaia di persone per i provini. Pensa a La Corrida. Altrettanto fa Striscia per le veline. L’ultimo passo di questo processo di partecipazione e coinvolgimento televisivo è la bigotta indignazione di chi crede che in Report sia denunciata l’ingiustizia. Come se durante un cataclisma ci si dispiacesse di perdere l’orologio mentre viene distrutta la città dove viviamo. Attraverso il Grande Fratello invece siamo in grado di riconoscere la catastrofe, l’illibertà, il cataclisma. Il fatto di essere in Italia è fondamentale. Se non tutta la televisione è da buttare (vedi Lost) lo è tutta la televisione italiana. Ecco il perché del mio elogio finale. Per dirla metaforicamente (mi si perdoni l’enfasi Zen): se il padrone bastona il servo il servo forse prima o poi reagisce. Se il servo la sera riceve una carezza non saprà mai neanche di essere schiavo.
A me invece l’articolo di Niccolò Piace senza riserve, è uno dei migliori in assoluto che sia mai stato pubblicato qui su Ipercritica.
Tornando a Pasolini, quello che dice lo stesso Niccolò nell’ultima risposta probabilmente succede perché in effetti l’Italia non ha visto nessun tipo di rivoluzione se non quella consumistica, iniziata negli anni Sessanta e sancita definitivamente col berlusconismo negli Ottanta. E nessuno ne è immune, non solo quelli a cui Alessando vorrebbe togliere il voto (ne abbiamo parlato spesso, quest’impulso è anche mio, e davvero forte).
Il punto però è un altro, e quest’articolo me l’ha fatto tornare vivo, facendomi ripensare a un ragionamento: io dico che nessuno è immune al meccanismo televisivo, nessuno che si sia formato nell’italia berlusconiana almeno. Come dicevo, l’articolo mi ha fatto tornare alla mente il mio rapporto col… calcio; è uno sport che amo e che ho praticato, dal vivo potrei vedere tutti i tipi di partite, dalla Terza Categoria alla Serie A, da scapoli-ammogliati a Ronaldo e Messi che palleggiano sulla spiaggia, ma le cose cambiano in Tv: non accetto che si scenda sotto un certo livello tecnico, il gioco mi sembra inaccettabilmente lento, sgraziato, risibile. Evidentemente non accetto che il calcio in Tv assomigli al calcio reale.
Il problema è che non credo alla “metafisica della televisione” come entità assoluta, ma come mezzo che sincronicamente (l’esempio di Nicco sugli USA) e diacronicamente (gli anni ’80 che dice Paolo rispetto alla Rai di Bernabei) presenta numerose sfaccettature. Ritenere che tutto ciò che passa attraverso il tubo catodico diventi suo malgrado dimostrazione e rinforzamento del sistema vigente (e ve lo dice un adorniano di ferro!) è un ragionamento che non mi convince; torno alla notte hegeliana: se come dice Paolo “nessuno è immune al meccanismo televisivo”, nemmeno chi vede la televisione 10 minuti alla settimana, allora diventiamo tautologici, non stiamo parlando di nulla, parliamo di noi stessi che parliamo di noi stessi che parliamo di noi stessi che….ovvero l’autentica è più esplicita manifestazione dell’identità assoluta e autopromuoventesi. Se rompiamo l’unità, grazie allo spazio della coscienza per cui esiste la “differance” e ognuno è diverso dall’altro (pur essendo tutti uguali, la dialettica negativa adorniana), allora introduciamo il criterio per discernere, per giudicare, per ritenere alcune cose migliori di altre, alcune peggiori. E’ lo spazio del giudizio, che abbiamo ritrovato una volta giunti al fondo dell’assoluta identità della notte hegeliana, ci siamo guardati attorno e abbiamo detto “si…tuttavia…”.
Io faccio lo stesso discorso anche col concetto di destino, che qui non ho modo di sviluppare, però è analogo: se tutto è già deciso, tutto è già scritto, questo non riduce affatto la mia libertà. Se resta lo spazio della mia coscienza, se tutto è scritto oppure no, a me non cambia niente.
Spesso si dice “se vedi Dio muori”, o anche che l’assoluta libertà comporterebbe il mio svanire in quanto uomo e divenire divinità, perchè il pensiero è sempre selezione, e anche l’esistenza è sempre progetto. Ma guardate che è vero pure il contrario: l’assoluto controllo e l’assoluta identità ci farebbe diventare di pietra, e questo vale tanto nella politica, che nella televisione.
hai scritto bene, il medium è un filtro, e sono in parte d’accordo col tuo ragionamento di fondo, ovvero che nel grande fratello si osserva più nitidamente la distorsione operata dal medium; il meccanismo è più scoperto. Effettivamente l’autorità di cui gode Striscia la notizia lo rende molto, molto più inquietante, ma credo credo comunque che il tuo giudizio sulla televisione sia troppo categorico, come ha scritto Alessandro.
Faccio un piccolo appunto: la mediologia della televisione non può lasciarsi sfuggire il fatto che lo spettacolo è fatto di apparati interconnessi, di cui non si può isolare un pezzo. Intendo dire che la dialettica reificazione/deificazione dell’immagine televisiva è sicuramente all’opera, ma cosa viene reificato/deificato? Non c’è niente di sincero nei protagonisti del grande fratello (e questo, se lo intendevi davvero, mi sembra il tuo errore), se non altro perchè chi entra nella casa passa attraverso estenuanti provini che hanno lo scopo di selezionare personlità estremamente narcisistiche, a livello patologico. Quindi bisogna guardare non solo al gioco di prestigio dello schermo, ma anche all’opera della produzione (quindi un altro apparato che è differente da quello al lavoro per Report, per la Corrida, ecc; ciò che accade sullo schermo presuppone una realtà più sfaccettata), nonchè l’apparato pubblicitario, che presenta il prodotto sotto una certa luce (che è quello dell’identità dei protagonisti con gli spettatori, l’altra faccia del gioco di prestigio reificazione/deificazione).
Il vero grande fratello sarebbe quello in cui la gente viene scelta a caso!