Intervista a Alberto Giovanni Biuso

Dall’ Intelligenza Artificiale alla politica:

dialogo con un grande filosofo della mente



Salve prof. Biuso; lei è al contempo un notissimo interprete di Nietzsche, un filosofo della mente, uno studioso di antropologia e più di recente un attento analista della cultura digitale e cibernetica. Qual è il filo che tiene uniti i vari ambiti della sua produzione e della sua riflessione?

Questo filo è duplice. Il primo è metodologico: consiste in un approccio alla filosofia che vede in essa non soltanto uno specifico ambito di ricerca ma anche e soprattutto il momento/luogo nel quale i saperi giungono a unità e in questo modo acquistano senso. Nonostante la specializzazione sia necessaria di fronte alla vastità delle indagini, credo che la filosofia debba riacquistare il coraggio che non ha mai perduto e occuparsi dell’intero, delle relazioni profonde tra le parti. Il secondo filo ha origine dalla radicalità con la quale Nietzsche ha guardato il proprio tempo e al di là di esso, cercando di cogliere i limiti e le possibilità dell’umano. Le ricerche in ambito antropologico mi hanno condotto in modo del tutto naturale verso lo specifico delle nostre nature, quella mente che davvero “è in qualche modo tutte le cose” e che costituisce la struttura unitaria e dinamica che lega tra loro la corporeità, la coscienza, la memoria e il tempo. Siamo un corpomente in grado di produrre macchine che ci aiutino anche a pensare; da qui l’interesse verso l’Artificial Intelligence, che non è una questione da lasciare agli informatici, non è una tecnologia come tante altre ma rappresenta il luogo epistemologico e operativo in cui si esplica, oggi, l’invito inciso sul tempio di Apollo a Delfi.

In Cyborgsofia. Introduzione alla filosofia del computer, pone il problema del significato del corpo nell’ambiente informatico e cibernetico; ci potrebbe riassumere qual è la sua idea al riguardo?

Il fallimento del progetto di Intelligenza Artificiale inaugurato nella conferenza di Dartmouth del 1956 è molto istruttivo e ci ha insegnato, ancora una volta, quanto complesso sia l’essere. La radice antropologica di questo fallimento sta nella convinzione che l’umano abbia un corpo, mentre esso è un corpo vivente, vissuto, intriso di intenzionalità, di ricordi e di significati. Senza corporeità non si dà quindi pensiero, né come flusso di coscienza né come autoconsapevolezza e neppure come indagine logico-formale. “Dare un corpo al computer”, come autorevoli filosofi, biologi, cibernetici invitano a fare, è la condizione stessa affinché si dia pensiero. Io non credo, però, che una corporeità vivente possa nascere dal nulla, a tavolino, in laboratorio. Non saranno dunque le macchine a pensare – per quanto veloci e potenti possano diventare – ma sarà il corpo umano ad accogliere al proprio interno alcuni strumenti che lo aiuteranno a migliorare facoltà quali la percezione e la memoria. Si tratta di un processo che ci accompagna da sempre, che costituisce uno dei dati filogenetici più costanti della specie. L’ibridazione è l’altro nome, il vero nome, dell’Intelligenza Artificiale.

Rimaniamo sull’argomento; in una delle sue ultime pubblicazioni, La mente temporale. Corpo Mondo Artificio, la sua speculazione sembra arrivare a sviluppi estremi: la stessa mente umana viene interpretata in quanto dispositivo. Quali sono le specificità che fanno di tale dispositivo qualcosa di differente dalla tecnologia artificiale?

Il concetto di dispositivo ha ben poco di macchinico o “disumanizzante”. Con esso cerco piuttosto di far emergere la dimensione operativa, pragmatica, effettuale dell’esistenza. In questo senso il corpomente è un dispositivo costantemente rivolto a degli obiettivi vitali e quindi colmo di desiderio; è un dispositivo semantico mobile nello spazio e nel tempo, poiché è solo sulla base della struttura isotropica del corpo che le esperienze acquistano unità nella mente di chi le vive. Il flusso di percezioni sensoriali che ci investe è reso fecondo dall’immediata donazione di significato che l’insieme del nostro corpo, della memoria e degli apprendimenti dà al nostro esistere spazio-temporale. I significati non stanno negli enti, nei processi e negli eventi. Essi abitano nella mente che da tale fluire di enti, processi ed eventi è costituita. Anche per questo l’umanità, nei singoli e nell’intero della specie, è un dispositivo temporale, un’entità nella quale trama e ordito del reale sono tessuti col filo della temporalità. La mente è dunque tempo incarnato, situato, cosciente di sé, intenzionale e pervaso di significati; è la consapevolezza che il corpo ha di essere immerso nel tempo, di essere tempo.

Nel libro del 1998 Contro il Sessantotto, si avvicina anche a problematiche di ordine politico. A distanza di più di 10 anni, è rimasta la stessa la sua convinzione su quella stagione politica e sociale?

Finché si è vivi si possono scorgere nuove prospettive e cogliere la parzialità del proprio pensare. La ringrazio dunque di questa domanda che mi dà modo di tornare su un testo al quale sono molto legato. La mia convinzione di fondo sul Sessantotto non è mutata e anzi quanto accaduto negli ultimi dodici anni mi sembra che abbia confermato in modo persino clamoroso il successo di quella “Destra televisiva” nella quale vedevo l’erede più coerente dell’individualismo, del narcisismo, del culto dell’apparire che a partire dal Sessantotto sono diventati fenomeni di massa. Oggi comunque riconoscerei a quella stagione – in modo più aperto di quanto abbia fatto allora – l’importanza che ha avuto nel renderci consapevoli dello stretto legame tra potere e corporeità e dunque della necessità di liberare i corpi per combattere il potere. È un riconoscimento che cerco di dare ogni volta che torno a scrivere su temi politici. Ricordo comunque che Contro il Sessantotto ha due epigrafi, una da Orwell e l’altra da Guy Debord, autori diversi ma accomunati da una difesa lucida e intransigente della libertà politica, dell’autonomia della persona all’interno degli spazi sociali. Libertà che costituisce il meglio che il Sessantotto ci abbia lasciato in dono.




Alberto Giovanni Biuso nasce nel 1960; dopo aver insegnato vari anni a Milano, ora è titolare delle cattedre di Filosofia della mente e di Sociologia della cultura presso la Facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Catania, dove è anche ricercatore di Filosofia teoretica. A partire dalla prima fase della sua carriera si è occupato di filosofia tedesca moderna, specialmente di Nietzsche con pubblicazioni come L’antropologia di Nietzsche (Morano, 1995) e Nomadismo e benedizione (Di Girolamo, 2006).
Collabora con numerose riviste, è condirettore di Vita pensata ed è autore di una raccolta poetica dal titolo Inni alla luce (Petite Plaisance, 2006). Negli ultimi anni si è concentrato sul dibattito antropologico relativo al rapporto tra uomo e tecnologia, tema sviluppato in testi come Dispositivi semantici (Villaggio Maori, 2008) e nel volume collettivo Neurofenomenologia (Paravia Bruno Mondadori, 2006).

Il suo sito web è www.biuso.eu.

Articoli inerenti:

  1. Intervista a Ermanno Bencivenga
  2. Intervista a Massimo Donà
  3. Intervista a Mario Perniola