Ritualità e nuove strategie
dei “balli di gruppo” dall’ hully gully a Shakira
La sconfinata varietà di generi e sottogeneri della popular music fa sì che vengano trascurati fenomeni di massa che non suscitano clamore e allarme sociale, che non sono successi commerciali legati alla vendita di supporti musicali, e che non presentano interesse dal punto di vista estetico. Parafrasando con esempi: l’interesse estetico suscitato da Claudio Lolli fa sì che prolifichino (fortunatamente) gli studi su di lui1; il successo di Lady Gaga produce studi sul suo pop accattivante2; l’allarme sociale suscitato dai rave porta questo fenomeno ad essere al centro delle attenzioni di grandi critici come Philip Tagg3. Ma esistono delle musiche che attraggono masse ed estimatori in modo analogo a quello dei rave, e che non rappresentano, apparentemente, dei pericoli sociali legati alla corruzione dei giovani.
È la storia di quelle che si potrebbero definire “musiche da piazza”, o più in generale “musiche da ballo”. Nel corso del Novecento, sintetizzando una storia che richiederebbe una trattazione più lunga, le musiche da ballo per le masse sono state spesso la riproposizione in serie di un genere nusicale semplificato e possibilmente reiterato, per permettere una fruizione più duratura rispetto al genere preesistente: rispetto alla canzone nel caso della popular music, o rispetto al passo facilmente ballabile nel caso della musica classica4. Così nelle sale da ballo il twist ha sostituito il rythm’n’blues e il rock’n’roll, il liscio ha sostituito il walzer, e altri sottogeneri hanno sostituito uno o più generi, senza una precisa derivazione diretta.
Fin qui niente di male, se non fosse che la voglia di trasgressione nell’uomo è un circolo vizioso: un ciclo sinusoidale cha passa continuamente da un massimo di libertà a un massimo di regole, in un continuo superamento della fase precedente. Scrive Erich Fromm:
Se le condizioni economiche, sociali e politiche da cui dipende l’intero processo dell’individuazione umana, non offrono una base per la realizzazione dell’individualità, [...] e se al tempo stesso gli individui hanno perduto quei legami che davano loro sicurezza, questo sfasamento fa della libertà un peso insopportabile. Essa allora si identifica con il dubbio, con un genere di vita che manca di significato e di orientamento. Sorgono potenti tendenze a sfuggire da questo tipo di libertà e a rifugiarsi nella sottomissione o in un genere di rapporto con l’uomo e con il mondo che prometta sollievo dall’incertezza, anche se priva l’individuo della sua liber tà.5
Il valzer ha una quantità di regole motorie superiore rispetto al liscio; così il rock’n’roll rispetto al twist; così il tango e altri balli sudamericani rispetto alla samba; e così la samba rispetto alla lambada. La tendenza a essere completamente slegati da regole arriverà in ogni pratica a un massimo oltre il quale c’è solo la regola. La forte regola costrittiva in Italia si chiama hully gully: dopo il twist in cui ognuno esprime liberamente la sua capacità motoria, il pubblico rientra nei ranghi compiendo all’unisono gli stessi movimenti obbligatori per tutta la durata della musica.
I movimenti però sono estremamente semplici e facili per tutti da seguire. Anziché percorrere la linea italiana che passerà per Il ballo di Simone fino a Gioca Jouer, è più interessante partire dall’internazionale Macarena, che presenta anch’essa movimenti semplici. Gli anni sono diversi (circa trenta di differenza), e questo perché l’evoluzione si afferma prima nelle singole nazioni e poi a livello mondiale, in attesa che un ballo possa unificare i gusti di tutto il mondo. La Macarena ha avuto tale potere. Da questa si sono poi sviluppati molti balli di gruppo che hanno cercato di imporre le proprie mosse e per questo sono rimasti nella semplicità.
Il passo successivo per complicare il ballo è affidato al testo: per non rischiare che la gente scordi i passi, ma sarebbe meglio dire le mosse (quelle poche che ogni nuovo ballo introduce), le parole nel testo suggeriscono il movimento da fare. Due esempi su tutti: La colita si muove su mosse use in molti balli e annuncia le nuove mosse grazie al testo6; La wuelta presenta molte mosse ex novo (si fa per dire) ed affida ad uno spagnolo molto semplice e scandito la prescrizione per i ballerini, e non solo, infatti ad un certo punto del ballo il testo della strofa viene cantanto anche in inglese, francese e italiano, tutti abbastanza maccheronici.
Per una decina di anni dopo questi successi internazionali, altri balli stentano a diventare internazionalmente famosi. E a dispetto di quanto si possa pensare, non è casuale: nessun ballo compie il passo successivo, che, da mosse semplici, passando per le semplici mosse spiegate, e le mosse complicate spiegate, arrivi alle mosse complicate ma non spiegate. Certo è che non poteva esserci una persona qualsiasi a lanciare questo successo, e non in un momento qualsiasi: Shakira che promuove i primi mondiali di calcio in Africa è l’occasione giusta per azzardare. Ma qui non si sta discutendo il successo commerciale di vendite, ma il successo dei frequentatori di queste musiche da ballo. C’è da essere sinceri: un altro ballo aveva sfiorato questo successo, ed era Asereje. Ma non ha avuto la portata di Waka waka; certo la pubblicità dei mondiali ha contribuito; ma è solo questo?
Qui si sta dimenticando il ruolo di una figura musicale nuova, che straordinariamente nasce spontaneamente con questa forma di popular music: l’animatore.
Gli autori di balli di gruppo non sono certo degli esperti di sociologia musicale, e non hanno dato molta importanza a questa nuova figura, la cui rivoluzione è pari a quella del front-man nel rock, del dj o della cubista in discoteca. Il ruolo dell’animatore è innovativo da tre punti di vista: da un lato è un maestro di ballo istantaneo, che sfruttando la convenzione secondo cui il ballo di gruppo persegue dei movimenti ben precisi, si pone come riferimento per la massa che lo guarda e ripete le mosse7, come leader di un rito; apporta piccole varianti al ballo preparate o improvvisate, perché l’importante non è ripetere esattamente le mosse inventate dall’autore, ma far sì che la massa danzante in quel momento sia uniforme e persegua un leader indiscutibile; per la prima volta nella storia della musica una persona parla costantemente durante l’esecuzione del pezzo8), anzi più parla e più è bravo come animatore, perché, complice anche la monotonia ritmica e armonica dei balli, deve scherzare su quanto sta avvenendo, deve sdrammatizzare la ritualità quasi religiosa di una folla che urla all’unisono «ahi!»9, come in una chiesa cattolica direbbe «amen». Il rito è palese, e per scongiurare il sacrilegio10 l’animatore può e deve parlare delle cose più disparate, scherzando spesso sulla goffaggine dei propri movimenti o su quella di alcuni presenti; e logicamente tra gli argomenti può descrivere la mossa che si sta compiendo o può anticipare a parole la mossa che verrà nelle battute successive.
È dal consolidamento di questa figura che nasce il successo di Shakira: si è capito che si potevano complicare le mosse e non spiegarle, perché in ogni piazza, e in ogni sala da ballo ci sarebbe stata la figura dell’intermediario, l’animatore, che come un filologo che si pone tra il testo e il pubblico per risparmiare al lettore le noie di un’edizione, si pone tra l’autore e la massa, riproponendo in maniera più chiara possibile le mosse, imparate spesso da un videoclip, testo di riferimento che non può sostituire l’intermediario, perché nella piazza ci vuole qualcuno che parli, che “animi” appunto, e anche perché il montaggio di un videoclip non pone sempre in primo piano le mosse. È quindi una vera e propria ricostruzione filologica e deduttiva, certo di facile intuizione11, ma comunque non accessibile a tutti.
Waka waka ha puntato su di loro e, complice anche una grande pubblicità, ha vinto.
- J. Giustini, Claudio Lolli. La terra, la luna e l’abbondanza, Viterbo, Stampa Alternativa, 2003; oppure G. Veltri, Da una finestra sbagliata. Gli zingari felici di Claudio Lolli, Terni, Luciano Vanni, 2006. [↩]
- A. Alfieri, La canzone pop, in AA. VV., Nudi di canzone, a c. di Paolo Talanca, Arezzo, Zona, 2010. [↩]
- Philip Tagg, Popular music. Da Kojak al Rave, Bologna, Editrice Bologna, 1994. [↩]
- Sembra di poter escludere due musiche da ballo: la dance, e non perché non derivi da qualcos’altro (il funky), ma perché spesso non risulta una semplificazione; e la musica elettronica. Dalla fusione di queste due deriva chiaramente la maggior parte della musica da discoteca e da rave odierna. [↩]
- Erich Fromm, Fuga dalla libertà, Milano, Mondadori, 2004. Titolo originale: Escape from Freedom, 1941. [↩]
- D’altronde molto variabile da paese a paese, da piazza a piazza. [↩]
- Ho notato che anche chi conosce perfettamente le mosse del ballo guarda l’animatore, e questo per il motivo che spiegherò tra poco. [↩]
- I dj sono i padri di questo intervento del parlato sulla musica, ma essi intervengono sull’inizio e sulla fine di un brano, mentre risulterebbero fastidiosi nel resto. Mentre si avvicina alla figura dell’animatore, il “vocalist” delle discoteche, in cui però non ci sono vere e proprie canzoni (e quando c’erano, negli anni ’70, non c’era il vocalist), ma missaggi di ritmi. La cosa più vicina all’animatore è il rapper, che infatti nasce dai dj neri in America (cfr. Franco Fabbri, La popular music, in Storia della musica, vol. IV, a c. di Alberto Basso, Torino, Utet, 2004, pp. 389-92. [↩]
- Succede ne La colita (vedi video). [↩]
- I balli di gruppo sono molto più popolari nei paesi latini con forte componente cattolica, come l’Italia, la Spagna e il Sudamerica; ma anche negli Stati Uniti, dove appunto è presente una grande quantità di ispanici e di cattolici ferventi. Non solo: almeno per l’Italia, per esperienza personale, so che questo genere è popolare negli ambienti più cattolici. [↩]
- È logico pensare che se il videoclip non mostra le mosse della seconda strofa, è perché sono identiche alle mosse della prima, come nei moderni libri di testi e accordi di popular music. [↩]
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