Incontro col poliedrico filosofo, da Kant alla poesia
Prof. Bencivenga, nel corso degli anni ha attraversato i più distanti ambiti della riflessione filosofica, dalla logica all’estetica, dalla sociologia all’indagine storiografica, dalla pedagogia alla politica… C’è un qualche filo rosso che connette tutti i tasselli? O l’unico criterio è l’assenza di criterio, ovvero l’irrefrenabile curiosità del filosofo?
La curiosità è certo presente, e uno degli aspetti più affascinanti della filosofia è che si può fare filosofia su qualsiasi cosa, e qualunque sia la nostra attività. I vari temi di cui mi sono occupato, però, sono anche sempre collegati: non con un collegamento verticale, gerarchico, in ordine d’importanza, ma invece orizzontale, associativo, interessato al particolare e al dettaglio. Una certa idea dell’essere umano porta a una certa idea della politica che porta a una certa idea dell’educazione che porta a una certa idea della società, che a sua volta si ripercuote su quel che pensiamo degli esseri umani; e così via in un girovagare infinito. Nel mio Per gioco e per passione ho parlato di un soggetto modulare, che concepisco come un’assemblea democratica di personaggi e contenuti, in cui quel che ciascuno dice influisce su quel che dice (e pensa) ciascun altro.
Una delle sue pubblicazioni più recenti è il saggio L’etica di Kant. La razionalità del bene, edito da Bruno Mondadori. Che cosa può ancora dirci Kant, dinanzi alle più recenti manifestazioni di intolleranza e di conflitto sociale?
Per Kant dire comportamento morale è quanto dire comportamento che si applica con ugual giustizia a chiunque, quindi la pratica della morale è quella di una continua, incessante attenzione a tutte le voci che ci circondano e hanno sempre il diritto di contestarci, di rivendicare la propria dignità, di criticare ogni nostra idiosincrasia, ogni nostro pregiudizio. Alla luce e sulle orme di Kant io ho sostenuto che gli immigrati ci fanno un favore, perché ci portano a casa molta della diversità di cui abbiamo bisogno per realizzare la nostra giustizia e quindi anche (direbbe sempre Kant) la nostra umanità. L’intolleranza, prima che distruttiva di altri, è autodistruttiva: ci immiserisce e ci umilia, nega la bellezza e la razionalità del nostro essere.
Lei gioca molto sulla suggestione dei titoli delle sue opere (Le due Americhe. Perché amiamo e perché detestiamo gli Usa, Giocare per forza. Critica della società del divertimento, Manifesto per un mondo senza lavoro…), che rivelano un’attenzione specifica alla dimensione divulgativa; come riesce a coniugare questa parte della sua carriera con il mondo accademico e la ricerca più specialistica?
La parola «divulgativo» non mi piace. Suggerisce un modello in cui la cultura viene prodotta in sedi specializzate e poi offerta, di solito in forma annacquata, a un pubblico che poco sa e poco capisce. Io non divulgo: comunico. Il che vuol dire: raccolgo idee dallo spazio comune in cui sempre soggiornano, le articolo ed elaboro come posso e poi le rimetto nel circolo della comune conversazione, perché altri possano usarle. Se questo è il mio intento, ne seguirà che è mio compito cercare di esprimere i miei risultati nel modo più immediatamente utilizzabile: che dovrò cercare di spiegarmi chiaramente, perché le mie parole non facciano ombra al contributo che posso dare. Questo vale sia che insegni (il mondo accademico, non dimentichiamolo, dovrebbe essere costituito di insegnanti), che parli in pubblico o che scriva un libro o un articolo rivolto primariamente ai miei colleghi.
Lei è anche autore di poesie, e ha pubblicato diverse raccolte; che ruolo assume la scrittura poetica all’interno del suo percorso intellettuale e in relazione alla ricerca filosofica?
Un altro dei miei libri recenti è Il pensiero come stile. Protagonisti della filosofia italiana. Fra i dieci protagonisti di cui ho scelto di parlare, quattro sono autori comunemente considerati letterati: Dante, Leopardi, Pirandello e Calvino. Nel libro intendo dimostrare che sono importanti filosofi, e proprio in quanto poeti. Lo sono inoltre (filosofi e poeti) non solo quando scrivono in versi ma anche quando scrivono in prosa. Di Leopardi, in particolare, dico: «Leopardi è un poeta solo di rado se la poesia è per definizione metro e rima; ma è un poeta cosmico e ironico nelle Operette morali, cupo e meditabondo nei Pensieri, elegiaco e patriottico nelle Lettere, e tutto questo e di più nello Zibaldone, se poesia vuol dire creatività e tensione, ricchezza d’immagini e perfezione di termini». Userò questa mia caratterizzazione della poesia per risponderle a mia volta con una domanda: può esistere un’autentica filosofia che non sia ricca e creativa, appassionata e precisa? Non è, dunque, il percorso «orizzontale» che lega filosofia e poesia, ancora una volta, ovvio e stringente?
Ermanno Bencivenga è da moltissimi anni professore all’Università della California a Irvine. La sua fervente attività di scrittore e saggista lo ha portato a confrontarsi con molteplici ambiti di interesse, dalla logica all’etica, dall’estetica all’analisi della società contemporanea. Tra i suoi titoli più celebri ricordiamo Giocare per forza. Critica della società del divertimento (2001), Una rivoluzione senza futuro (2003) e Oltre la tolleranza (1992). Nel 1991 pubblicò per Mondadori La filosofia in trentadue favole, (ripubblicato recentemente come La filosofia in cinquantadue favole) testo avvincente attraverso il quale i grandi interrogativi della filosofia vengono trattati con freschezza e immaginazione, composto da storie ironiche dove i protagonisti sono i paradossi del pensiero. Molte delle sue opere sono state pubblicate in America; nella sua carriera, Bencivenga è stato anche autore di poesie, raccolte in testi come Un amore da quattro soldi (2006) e il recente Polvere e pioggia (2010).
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