Rapido scambio di battute col grande filosofo italiano,
a proposito di Internet e declino dell’occidente
Prof. Perniola, Lei rintraccia nell’estetica il potenziale di emancipazione dalle condizioni attuali imposte dal dominio della comunicazione. E di Internet, cosa ne pensa?
All’interno di Internet io studio Wikipedia, che rappresenta una completa e radicale ristrutturazione dell’intero sapere enciclopedico, attraverso criteri e processi di valorizzazione e svalorizzazione impressionanti. Perciò è un campo di battaglia in cui per forza bisogna entrare, almeno per evitare che le 650 pornostar americane (quelle italiane sono soltanto una ventina) siano più importanti di qualche centinaia di filosofi di tutte le lingue e di tutti i tempi. Questo richiede l’acquisizione di una mentalità completamente differente, se non si vuole essere interamente colonizzati dal mondo anglo-sassone. L’italiano è diventata una lingua di terz’ordine, insieme all’Italia, per molte ragioni: una di queste è di non essersi resi conto che è avvenuta una rivoluzione globale che richiede, insieme all’abbandono delle abitudini del passato, un grande lavoro (otto ore al giorno). Tutto è destabilizzato: bisogna capire perché e come si può sopravvivere alle crisi e rientrare in gioco, qualsiasi attività si svolga. Quanto alla cultura estetica (intesa in senso largo come teoria, ma come comportamento civile), essa ha abbandonato il mondo occidentale.
Altre forme di modernità, diverse da quelle occidentale sono nate e si stanno sviluppando altrove, per esempio, dal 1868 in Giappone che ha rappresentato il modello, più recentemente in Cina, Singapore, Corea e Brasile. Per l’Occidente, il discorso è chiuso: lei conosce ancora qualche occidentale che ragioni secondo l’economia dei beni simbolici, che dia importanza al capitale culturale, o che sappia che cosa vuol dire “disinteresse” o che rispetti se stesso, dando importanza alla propria reputazione?
Leggendo Miracoli e traumi della comunicazione, e condividendone le tesi di fondo, la convinzione che mi sono fatta è che effettivamente si parta dalla constatazione (più o meno esplicitata) di assistere a una progressiva deriva del mondo occidentale (che oggi per molti coincide con l’intero pianeta) di cui la comunicazione sarebbe una delle maggiori responsabili. Se così fosse, non si rischia di cedere alla classica ingenuità “apocalittica” per la quale il presente è sempre peggiore del passato? D’altronde, io ne sono convinto, ma un secolo fa lo era anche Spengler…
Diceva Edward Gibbon, il famoso storico inglese autore di Il declino e la caduta dell’Impero Romano: “Ci vuole molto tempo perché un mondo perisca – ma niente di più”. Recentemente Jared Diamond nel suo libro Collasso. Come le società scelgono di morire o di vivere ha offerto molti esempi di grandi collassi storici. Per quanto riguarda l’Occidente, è impressionante osservare come la comunicazione massmediatica abbia tolto ogni significato alle nozioni di progressismo e di conservatorismo: si dà per scontato che il nuovo sia per definizione migliore del vecchio, dimenticando che solo “studiando l’antico, si conosce il nuovo”, come dice un famoso detto cinese. Invece le modernità extraeuropee non hanno mai spezzato completamente il loro rapporto con passato. Il collasso dell’Occidente non è la fine del mondo: quando qualcosa finisce, ne comincia un’altra.
Quanto a Spengler penso che abbia capito che il 1914 segnava l’inizio della fine della modernità europea. In altre parole sembra il secolo ventesimo abbia interrotto la modernizzazione dell’Occidente attraverso le due terribili e imprevedibili catastrofi della Prima guerra mondiale (1914-1918) che con milioni di morti e barbare crudeltà stravolse l’esistenza delle popoli e della Seconda guerra mondiale (1939-1945) che riportò le condizioni di vita di molte regioni europee indietro di parecchi secoli e portò ad atrocità ed efferatezze impensabili e mai viste (come i campi di concentramento e la bomba atomica). Quando le profondissime ferite della Seconda guerra mondiale furono rimarginate alla meno peggio, ci si trovò davanti ad un mondo in cui risultava impossibile riprendere il filo interrotto della modernizzazione e del progresso civile.
Si era creato un fossato tra le popolazioni, sempre più succubi dell’industria culturale, dei mass-media, della logica del profitto ad ogni costo, dell’illusione di un benessere dispensato dalla tecnica e gli eredi del progetto di modernizzazione estetica: tra l’altro fu il poeta inglese Thomas Stearn Eliot ad accorgersene già nel 1948! Il campo politico ha avuto bisogno ancora per secoli della legittimazione che gli proveniva dal diritto, dalle ideologie politiche, dalla media borghesia colta, dal sistema scientifico-professionale, ma oggi non ne ha più alcun bisogno, perché ha trovato un sostegno enormemente più forte nella popolazione sempre più infantilizzata, puerilizzata e ignorante da un lato e nel capitale di origine criminale dall’altro. Queste due potenze si sostengono a vicenda. Poi le guerre della Jugoslavia degli anni Novanta e quel che è successo dopo il 2001 fino ad oggi, hanno tolto ogni speranza. Tuttavia da qualche mese mi accorgo che qualcuno comincia ad accorgersene, ma vedendo il collasso solo nel suo settore (il piccolo commercio, il giornalismo, l’editoria, la scuola, la sanità, la professione, l’università…), non coglie l’ampiezza e l’immane vastità del fenomeno.
Mario Perniola è professore ordinario di Estetica presso l’Università “Tor Vergata” di Roma dal 1983; una parte importante della sua carriera si svolge all’estero, dove ha insegnato in istituti e università in Francia, Danimarca, Brasile e Giappone. E’ membro del comitato scientifico di numerose riviste, ed è fondatore e direttore di Ágalma. Rivista di studi culturali e di estetica. La sua fama è consolidata a livello internazionale, le sue principali opere sono state tradotte in numerosissime lingue e hanno conseguito un grande successo; tra i suoi titoli che possono essere ritenuti degli autentici classici ricordiamo, editi da Einaudi, Il Sex appeal dell’inorganico del 1994, Del sentire del 2002, L’arte e la sua ombra del 2000. Tra gli altri titoli L’estetica del Novecento (Il Mulino, 1997) e Del sentire cattolico. La forma culturale di una religione universale (Il Mulino, 2001).
Col dittico Contro la comunicazione (2004) e Miracoli e traumi della comunicazione (2009), Perniola si è dedicato all’interpretazione dell’attuale orizzonte sociale e mediatico, confermando il suo imprescindibile ruolo nell’odierno dibattito filosofico. Collaboratore per magazine e quotidiani come La Repubblica e Rolling Stones, il pensiero di Perniola è stato anche oggetto di studio da parte di studiosi francesi, americani e inglesi.
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