Intervista a Massimo Donà

La filosofia in quanto avventura, i dieci comandamenti e la musica…


Prof. Donà, vorrei iniziare dalla sua ultima fatica editoriale, ovvero Filosofia. Un’avventura senza fine. Dato il carattere quasi “introduttivo” del testo, a che pubblico ritiene esso sia rivolto? Crede che ci sia un modo “giusto” – o per lo meno “più giusto di altri” – di iniziare a fare filosofia?

Beh… direi che la sfida, in questo caso, è stata proprio quella di rivolgersi a ‘tutti’ – anche a chi non avesse mai incontrato la filosofia nel corso della propria vita. Certo, la sfida non è stata affatto facile, anche perché quel che ho cercato di fare è di parlare a tutti senza mascherare la complessità delle questioni affrontate. Insomma, ho cercato di accompagnare il lettore per mano… mostrando la reale complessità di alcune tra le più rilevanti questioni filosofiche – che sono poi quelle che tutti, prima o poi, dobbiamo affrontare nella vita, ma che troppo spesso vengono spacciate per facilmente risolvibili; ho cercato di farlo… spiegando, rispiegando, esemplificando, riprendendo le argomentazioni, volgendole in altra forma…
D’altro canto, so bene che non c’è un modo ‘giusto’ di fare filosofia. Che si può fare filosofia in molti, moltissimi modi; e la si è fatta, davvero, in molti modi, nel corso della storia. Ma so anche che qualsiasi questione, per quanto complessa essa sia, può sempre essere spiegata in modo chiaro. Anche la complessità può cioè essere esposta e articolata ‘chiaramente’. Chiarezza, infatti, non equivale a ‘semplicità’. Questo dunque il modo giusto di fare filosofia, forse – fermo restando che le metodologie e gli stili filosofici sono infiniti – “farla, facendosi capire”. E dunque rendendo comprensibili anche le questioni più complicate. Ché non c’è nulla di incomprensibile! Ne sono convinto. Nulla di vietato all’umana comprensione ! Molte, cioè, sono le cose complicate, anzi tutte; ma nessuna “incomprensibile”.

Il ventaglio degli ambiti e dei temi da lei affrontati è ampissimo. Non so se ha mai sentito la critica rivolta ai filosofi di “impicciarsi di questioni altrui”, a me è capitato spesso! A lei è mai successo?

Certo, il filosofo è sempre stato accusato di occuparsi di troppe cose, di impicciarsi degli affari degli altri, di mettere il becco in discipline in rapporto alle quali viene (forse giustamente) considerato ignorante. Di cui cioè non sa nulla. È vero; è una critica antichissima. D’altro canto, è anche vero che già Socrate aveva risposto a questa possibile obiezione; aveva risposto in anticipo alla critica che sarebbe stata mossa ai filosofi per secoli e secoli… e che ancora oggi è la critica più diffusa – soprattutto nel mondo della scienza. Il filosofo parlerebbe di cose di cui non è affatto competente! Ma cosa diceva Socrate, appunto? Che può dirsi filosofo solo colui il quale sappia di non sapere. È proprio il filosofo, dunque, a definirsi (prima ancora che lo facciano gli altri) ‘ignorante’. Sapendo però di esserlo. Sapendo almeno questo, dunque: sapendo di non sapere. Certo, il filosofo guarda alla totalità – ci hanno insegnato Platone e poi Aristotele. Ma come si può essere competenti in tutte le cose e dunque in tutte le discipline? Il fatto è che, in verità, il filosofo guarda alle cose in relazione a ciò che le identifica tutte. E non in relazione alle specifiche caratteristiche che distinguono le une dalle altre. Il filosofo guarda alle cose tutte in quanto “sono”. Perché, tutte, prima di essere pietre, nuvole, leoni, numeri, “sono”. Sono tutte qualcosa che è. Ecco, il filosofo guarda all’essere – di tutte le cose. Il fatto è che la critica ai filosofi viene fatta troppo spesso da persone che non hanno assolutamente capito cosa sia la filosofia. Che non sanno assolutamente cosa sia quella disciplina che nulla ha a che fare con tutte le altre discipline.

Tra gli altri libri recenti, c’è PANTA decalogo, curato da lei e Raffaella Toffolo; si tratta di una raccolta di studi dedicati al decalogo biblico, realizzati da intellettuali e filosofi di indubbia fama. Perché tornare su un tema così classico e tradizionale della storia del pensiero e della cultura occidentale?

Perché si tratta della questione delle questioni. Ossia, del fondamento stesso dell’ethos occidentale. Della condizione di possibilità di tutti gli ambiti del vivere comune: quello morale, quello etico e quello politico. Che non a caso, rinviano tutti a quella prima forma di legge. O meglio, alle tavole della Legge. E dunque ai dieci comandamenti. Che, guarda caso – anche questo va sottolineato con forza – sono quasi tutti formulati in forma di “divieto”; ossia, in forma negativa. Anche quelli formulati in positivo, infatti, almeno implicitamente, vietano di non fare quel che viene comandato di fare. Insomma, essi dividono il bene dal male; e dunque istituiscono la forma originaria della legge… di ogni legge. La forma della distinzione escludente. In relazione alla quale, ogni distinto ‘esclude’ tutto ciò che esso non è. D’altro canto, se è vero che ogni legge de-termina il mondo, ossia l’ambito del possibile, e dunque determina la sua forma originariamente oppositiva (quella dell’ aut-aut), è anche vero che tutte le morali finora apparse nella storia hanno, ognuna in modo specifico ed irripetibile, indicato una certa declinazione della distinzione o dell’opposizione; ossia hanno specificato, ognuna a modo proprio, la “de-terminatezza” del mondo. Insomma, tutto ciò è stato reso possibile dalla forma originaria della legge, tematizzata, come tale, nell’Antico Testamento. Davvero, dunque, nelle parole (il termine “comandamenti” andrebbe infatti sostituito con “parole”) pronunciate e donate da Dio a Mosé sul monte Sinai, è stata indicata la forma originaria di ogni legge; ossia, di ogni declinazione specifica del vivere comunitario. Perciò i dieci comandamenti, o le dieci parole, sono così importanti ancora oggi; e riguardano tutti noi che viviamo in questo tempo storico, così come riguarderanno – credo – anche tutti coloro che verranno nel futuro.

La musica ha avuto nella sua carriera una posizione fondamentale. Mi riferisco anche al fatto che lei è noto per essere un grande musicista jazz; cosa pensa del celebre anatema che un gigante del Novecento come Adorno sferrò contro questo genere musicale?

Sì, è vero… la musica ha avuto e continua ad avere per me un significato importantissimo. Pensi che agli inizi degli anni Ottanta stavo per intraprendere la carriera di musicista professionista. Solo che avrei dovuto rinunciare a quella di filosofo… sì, è stata una scelta molto tormentata e difficile… quella volta ho scelto la filosofia, e la musica è rimasta in secondo piano. Ma poi, con l’inizio del nuovo millennio, ho ricominciato a suonare sul serio… ed ora cerco di tenere in vita entrambe le attività. D’altro canto, mi piace ricordare che già per Platone e per Socrate la musica era la disciplina che ogni filosofo avrebbe avuto il compito di praticare. Non a caso, dunque, Socrate poteva ricevere in sogno l’invito a fare musica. Insomma, forse il legame tra musica e filosofia è ben più radicale di quanto si creda – come ho cercato di mostrare nel mio Filosofia della musica (Bompiani, 2006). Il filosofo cerca di decifrare le relazioni che tengono insieme tutte le cose; e dunque il ritmo del loro movimento cosmico. E il musicista cerca di inscriversi nel ritmo cosmico e di cor-rispondere alle sue provocazioni. Insomma, se la musica è il suono dell’essere e del suo incessante divenire, e l’armonia l’ordine delle infinite corrispondenze tra le cose tutte, allora la filosofia è per definizione una pratica musicale. Ché anch’essa guarda all’essere e ai suoi movimenti, cercando di decifrare la direzione che questi ultimi forse inconsciamente continuano ad indicarci. La filosofia guarda all’essere per quel che esso può ancora diventare, comprendendo che ognuno di noi è sempre rivolto a quel che esso ancora non è, ma che già chiama in causa per il semplice fatto di non essere già più quel che, di sé, riesce a dire e a de-terminare. Quel che sappiamo di noi, infatti, è sempre e solamente il nostro ‘passato’; quel che non siamo più… in un presente che, dunque, già parla del nostro futuro. Questo vede il filosofo; e questo intuisce il musicista, che cerca di far risuonare questo inconsumabile “avvenire” che tutti sempre ci riguarda… questo intuisce, soprattutto il musicista jazz, che guarda al “tempo” al di là dalla prospettiva storicizzata – e dunque spazializzata – cui è rimasto ancorato, nonostante tutto, anche Adorno (così come già Hegel). Nonostante la sua critica ad Hegel. Anche in lui, infatti, manca totalmente la comprensione del senso escatologico della nostra esistenza; e dunque neppure la liberazione del ‘dialettico’ da lui proposta avrebbe potuto aiutarci a comprendere la portata radicalmente “veritativa” del jazz. Allo stesso modo in cui non ci consente di interpretare correttamente neppure la grande contrapposizione Stravinsky-Schönberg.

 


Massimo Donà è ordinario di Filosofia Teoretica all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Laureatosi con Emanuele Severino, e stretto collaboratore di Massimo Cacciari, scrive per numerose riviste, come Anfione-Zeto e Paradosso. Nel corso degli anni ha pubblicato molti volumi, spaziando dalla filosofia della religione all’estetica; tra gli altri, ricordiamo Filosofia del vino del 2003, e Filosofia della musica del 2006, tradotti all’estero. Donà è anche un musicista jazz di fama, dal 2001 alla guida dei “Massimo Donà Quintet”; nei recenti I ritmi della creazione. Big Bum e L’anima del vino. Ahmbè (tradotto in Corea) ha coniugato la sua carriera di scrittore e pensatore a quella di artista, pubblicando dei cofanetti con cd annesso. Solo negli ultimi 4 anni, ha pubblicato qualcosa come 15 libri differenti.

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