“The Fountain”, la ricerca dell’immortalità


Le storie dei personaggi de L’albero della vita di Aronofsky,

attraverso il mito talmudico


The Fountaine, tradotto in Italia col titolo L’albero della vita,  non è solo il titolo di una delle pellicole del newyorkese Darren Aronofsky, ma è anche un importante mito simbolico presente nella Bibbia e tradotto dalla tradizione ebraica, e più precisamente dal Talmud, come il punto finale a cui si giunge per acquisire l’immortalità intesa coma la realizzazione dell’uomo per tutta l’eternità.

Non è un caso che il regista provenga da una famiglia ebraica di origini russe ed ucraine, e la sua suppongo sia stata una scelta non affatto casuale; sto parlando della scelta del passo del Talmud che narra il mito del Pardes, nel quale si racconta la storia di quattro maestri che intraprendono un viaggio volto a trovare il tanto atteso dall’uomo Albero della Vita, ossia quell’Albero che secondo la Bibbia fu nascosto da Dio quando quest’ultimo vide Adamo ed Eva cibarsi dell’albero della Conoscenza (Genesi).

Secondo la tradizione Maya, invece, in principio vi fu un uomo, il Primo Uomo, colui che si sacrificò per la creazione di tutto l’universo, colui il cui corpo, si narra, non fu mai ritrovato e sulla cui tomba il figlio fece piantare un seme dal quale poi nacque un albero, quell’albero con cui il Primo Uomo divenne un tutt’uno, ossia l’Albero della Vita. Tornando ora alla pellicola di Aronosfky, quest’ultimo pone sulla scena la storia di una donna, Isabel, la quale, malata di un cancro che pare essere inguaribile, si affida all’unico rimedio di guarigione possibile: la rassegnazione dinanzi alla morte, nonostante i vani tentativi di ricerca medica di suo marito Tomas. Prima di morire, Isabel inizia a scrivere un libro nel quale narra la vicenda di un servo del regno spagnolo, servo della regina, uomo coraggioso e suo unico conquistador. La Spagna della quale si racconta, ambientata tra la fine del 1200 ed i primi del 1300, sta per essere distrutta dai capricci di uno dei suoi più grandi nemici, il Grande Inquisitore, per  il quale la morte significava liberare l’anima dalla prigionia corporale al fine di lasciarla libera per tutta l’eternità.

A tale racconto si intreccia anche la storia dei Maya e della loro tradizione; in maniera più esplicita, l’idea per cui la morte potesse essere considerata l’unico mezzo della creazione umana. Giungiamo dunque a tre storie, quella della Spagna durante il periodo dell’Inquisizione, quella dei Maya e quella di Isabel e Tomas, in quest’ultima però ne potremmo ricavare una quarta, questo perché Isabel ne simboleggia una e suo marito un’altra. Quattro, dunque, sono in definitive le storie che Aronofky narra nella sua pellicola, come del resto sono quattro i protagonisti del mito talmudico del “Pardes”, Ben Azai, Ben Zoma, Acher e Rabbi Akiva; a proposito del Talmud, di esso è stato detto ciò che narra, ma non se i quattro, o anche semplicemente uno dei quattro maestri talmudici, riescano a giungere all’Albero della Vita, quell’Albero grazie al quale a tutto può essere concesso un senso. Si tratta dell’Albero, che secondo il Talmud, e dunque secondo la tradizione ebraica, racchiude il segreto dell’uomo, segreto che benda gli occhi dell’uomo mortale dalle bellezze più grandi dell’universo, bellezze a loro volta visibili solo all’essere immortale, a colui che giunge all’Albero della Vita e , secondo il racconto maya che Isabel riporta sul testo che scrive, che ne beve la sua linfa. Uno solo dei quattro maestri del Talmud, Rabbi Akiva, «entrò in pace e ne uscì in pace», egli dunque fu l’unico in grado di sciogliere il segreto che infligge l’umanità e che libera l’uomo dai suoi peccati rendendolo salvo per tutta l’eternità.

L’interrogativo che sorge a questo punto è spontaneo: chi dei quattro protagonisti delle storie portate da Aronofsky sulla scena riesce a liberarsi dal segreto umano e dunque dal peccato che lo rende mortale? Il conquistador, servo della regina di Spagna, l’asceta maya, Isabel, oppure Tomas?
Tutti hanno in comune l’elemento della ricerca: Il conquistador va alla ricerca dell’immortalità che lo porterà a vivere per sempre con la sua regina sconfiggendo così il Grande Inquisitore che mira alla morte di quest’ultima e alla conquista di tutto il regno spagnolo; l’asceta ricerca l’immortalità del corpo e dell’anima, anch’egli come il primo, poiché estremamente afflitto dalla paura della morte e della sofferenza; Isabel vive le sue giornate tentando di conquistare la serenità interna, unica condizione che la potrà condurre ad una morte “in pace”; ed infine Tomas che tenta con tutte le sue energie di trovare una soluzione al cancro che ora dopo ora, minuto dopo minuto, uccide la sua amata.

Tale comunanza, per altro, è messa in evidenza dal nostro regista anche dalla sua abilità di creare un contrasto di immagini scenografiche che si esprime nella messa in espressione di un egual stato di sofferenza iniziale da cui i quattro protagonisti partono, sino a giungere allo stadio finale in cui tre di loro falliscono mentre il quarto riesce a sciogliere il “segreto” realizzandosi completamente. Quest’ultimo sarà proprio Isabel; colei che muore e che si spegnerà senza apparente sofferenza in quell’attimo che divide vita e morte, nello stesso attimo in cui si stava giungendo ad una risoluzione finale al suo male. Ebbene è proprio in quell’attimo, in cui ci si avvicina così tanto al punto di arrivo e di soluzione “finale” che pare quasi di coglierlo materialmente, che tutto svanisce aprendo le porte alla morte.

L’unica protagonista che riesce a giungere realmente all’Albero della Vita, l’unico che concede quella pace di cui si narra nel Talmud, muore. Lei personifica così non solo la figura dell’unico maestro del Talmud che riesce ad uscire in pace dall’unico albero nascosto da Dio, ma realizza anche un altro fattore artisticamente fondamentale e tipico del regista, ossia l’assenza di un finale, inteso come finalità. Isabel si spegne nel letto d’ospedale, uccisa dal cancro, solo un attimo prima di porre fine al male, un attimo prima della  soluzione finale; tema quest’ultimo, come dicevo, assai caro all’autore e che riporta rendendolo in immagine espressiva in tutte le sue pellicole, Π il teorema del delirio (1998), Requiem for a Dream (2000), The Fuontain – L’albero della vita (2006), The Wrestler (2008), The black swan (2010).

La morte è dunque il reale segreto di cui si narra nel Talmud e a cui ogni essere umano per essere in pace deve giungere, o semplicemente la ricerca del segreto e il trovare un senso in tale ricerca è soddisfacente all’essere uomo per vivere; vivere non da dormiente, ma da sveglio, cioè, da filosofo, da colui che guarda lanciando uno sguardo e non semplicemente utilizzando la vista. Allo stesso modo il filosofo interpreta la pellicola in questione, non come la volontaria messa in scena del regista della presenza di una vita dopo la morte, simboleggiata dalla serenità con la quale Isabel muore, ma al contrario, il suo intento è quello di mettere in luce la presenza di una vita intesa come possibilità, nietzscheanamente parlando, all’interno della vita stessa, di quella che dunque si vive nella dimensione mortale dell’uomo, nell’unica dimensione in cui possiamo cogliere l’immortalità, ovvero la possibilità.

Essa risiede nel qui e ora, nell’hic et nunc della vita dell’uomo, di quell’uomo che non attende invano un senso ultimo.

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L'autore

Antonella D'Egidio, laureata in filosofia, è membro di Ipercritica come critico cinematografico