Gli 883: le specificità metariflessive degli anni ’90

Il pieno compimento dell’estetica e dello spirito degli 80′s

nel suo capovolgimento

Lo storico e indimenticato gruppo degli 883, composto da Max Pezzali e Mauro Repetto, scovato e prodotto da Claudio Cecchetto, ha fatto presa nell’immaginario collettivo e nella coscienza di un’intera generazione. Non solo il loro sound, ma tutta la loro dimensione simbolica, il significato che i loro gesti assumevano, i (non)valori che trasmettevano attraverso i videoclip o più semplicemente attraverso i pezzi sono rimasti ben impressi per la loro efficacia, soprattutto perchè esemplificano in maniera lampante una transizione, ovvero quella dagli anni ‘80 agli anni ‘90.

L’attività degli 883, infatti, inizia nel 1989; il decennio della piena affermazione della logica postmoderna andava per concludersi, e lo stesso significato della musica era destinato a mutare. L’universo patinato e plastificato dell’estetica anni ‘80, col suo androginismo diffuso e il culto per lo svago e il disimpegno, lasciava di certo degli strascichi consistenti: la diffusione delle icone pop che trionfarono negli anni ‘90 trovano le fondamenta proprio nel decennio precedente. Ciò che accomuna le pop-star degli anni ‘90 a quelle degli ‘80, allorquando esse non siano le stesse, è un loro radicale prendersi sul serio, che appariva tanto affascinante all’epoca, ma che oggi risulta retorico se non, nel maggiore dei casi, ridicolo. L’estetica degli anni ‘80, reiterata poi gli anni successivi con formule rinnovate nel mondo del pop, si basava proprio sulla convinzione della propria legittimità e serietà; in questo era il forte legame col romanticismo storico – ma a differenza dei romantici, i musicisti tipici degli anni ‘80 erano seri all’interno della logica della vanità e del divertimento. Insomma, l’universo di plastica doveva avere il potere di ottenebrare le storture della vita, ma chi era coinvolto in prima persona in questa pratica doveva trasmettere una sorta di adesione incondizionata del sé con la propria immagine: bisognava crederci.

Ora, gli 883, emergendo da questo orizzonte, risentono fortemente di tale estetica e sensibilità; soprattutto la musica, che è ancora un condensato di sonorità tra il rap e il synth-rock, con tanto di tastiere e campionamenti goffi e infantili. Ma il punto è che la musica degli 883, tanto a livello di arrangiamenti che a livello di testi, era talmente “spudorata” che dimostrava in maniera cosciente una metariflessività costante. L’essere “fichi” era volutamente un’operazione espressamente legata alla recitazione, e alla consapevolezza di come non si fosse “fichi in sé” quanto per merito della cornice mediatica e produttiva che il mercato aveva definito attorno a loro, come un’aureola (e in questo Cecchetto è sempre stato un maestro). Gli anni ‘90 hanno visto il diffondersi anche di un ulteriore approccio, ovvero quello del culto della porta accanto, della semplicità e cordialità; spesso, però, questo approccio si dimostra ancora più subdolo a livello commericale, perchè pur essendo sempre una pratica del dominio culturale egemonico e vigente, per accrescere il proprio potere di fascinazione, “finge” di non esserlo (pensiamo negli anni ’90 all’ascesa inarrestabile di Laura Pausini tra i tanti altri).
Gli 883 non fingevano in questo senso, ma sbattevano alla visione di ciascuno la finzione di cui si nutrivano: dai testi deliranti ai continui riferimenti a fumetti ed a altre espressioni della cultura di massa, dalle Harley Davidson alle loro foto in posa, dalla coreografie improbabili dei video alla stessa figura di Pezzali, che tutto può sembrare eccetto che un divo della musica pop! I pezzi più romantici e le ballate, alla luce della dimensione complessiva dell’opera del gruppo, assumono una diversa fisionomia, e questo è il segreto del loro successo: non si riducono mai al patetico, anche quando sembrerebbero proprio cedere ad esso. Proprio perchè la metariflessività de-mitizza la singola canzone e il suo autore, e seppur la canzone sia sincera e struggente, resta comunque nell’ambito del “cantabile” senza pretese.

Altra possibile linea interpretativa della loro opera può essere questa: la metariflessività come pieno compimento della logica degli 80’s, ovvero gli 883 come il risultato del concetto sviluppatosi nel corso degli anni ’80. Questo raggiungimento è però al contempo una condanna: la maschera è stata gettata, tutto traspare per ciò che veramente è, e la metariflessività denuncia il livello di immaturità che aveva caratterizzato la pop culture degli anni passati.  Il fatto che anche rimasto solo Pezzali abbia insistito a farsi chiamare col nome storico 883 attesta l’inesistenza degli stessi, o meglio la loro essenza plastificata, la dichiarata manifestazione simulacrale senza pretese di ordine ideologico, ma neppure comunicativo. Se la spersonalizzazione caratterizza la carriera di David Bowie e Prince, non a caso icone esemplificative degli anni ’80, negli 883 tale processo è diretto nel senso opposto: non la costruzione di un’identità virtuale che esuli dalla persona reale in senso progressista (il culto divistico, il superomismo, il transgender), ma piuttosto un livello talmente evidente di puerilità in grado di porsi al di sopra di quelli, per evidenziarne l’inconsistenza, sfruttandone l’efficacia.

Oggi, il fascino per l’estetica degli anni ‘80 è motivata proprio dall’attraversamento della metariflessività incarnata dai ‘90: si guarda ad essi come a un repertorio di stravaganze visive e concettuali, sempre con un sottile e decisivo senso dello humour sottointeso, quando molti di quei protagonisti cercavano di essere dannatamente seri. Gli 883, emersi proprio al passaggio, hanno segnato tale trasformazione, e ascoltarli ancora oggi significa ascoltarli come 20 anni fa: melodie assimilabili, cantilene banali e lineari senza alcune pretese, testi da filastrocca, ma tutto dichiarato fin dal momento della loro comparsa, come se loro avessero saputo tutto da sempre.

Articoli inerenti:

  1. I Nirvana e il linguaggio dell’anima
  2. Il teatro degli orrori e la potenza dell’espressione banale

L'autore

Alessandro Alfieri è fondatore e direttore responsabile di Ipercritica, e si occupa prevalentemente di arte, cinema e popular music