Il declino dei Dream Theater

Recensione a A dramatic turn of Events: l’abbandono di Portnoy e la degenerazione commerciale

Dispiace dire cose ovvie, ma senza Mike Portnoy i Dream Theater non sono più gli stessi. E questo fondamentalmente per due motivi: per l’arrangiamento di batteria e soprattutto per l’apporto compositivo di Portnoy, la cui mancanza si sente pesantemente nell’ultimo album A dramatic turn of events, a livello delle macrostrutture e, ancor di più, delle microstrutture.

La musica del gruppo è sempre stata caratterizzata da un intenso gioco tra la sessione progressive che investe la struttura generale, e incastri all’interno delle singole parti. Ecco: questa seconda caratteristica sembra del tutto svanita per far posto e un generico arrangiamento di stampo vagamente metal e per niente progressive, inserito in un album poco coeso. È insomma un’opera di un altro genere musicale, un banale rock, con un buon pezzo d’apertura quale On the backs of angels, seguito dai mediocri Build me up, break me down e Lost not forgotten, i cui vaghi riferimenti testuali lasciano alquanto perplessi.

Ma questa è la parte più positiva, cioè fin quando nell’ascolto non si arriva This is the life, in assoluto la canzone più brutta dei Dream Theater, insulso pop da talent show, con un testo da tredicenne sull’orlo di un ridicolo suicidio, e un arrangiamento da prima lezione di pianoforte. L’inizio di Bridges in the sky è francamente spiazzante nel 2011: sarebbe stato un metal scandinavo ante litteram nel 1975 in Canada con un James Labrie ubriaco ma espressivo; ma si cerca di dar fiducia a coloro che hanno scritto album capolavori come Images and words e Metropolis pt. 2; poi arriva il ritornello della canzone, e si è ancora nel pop. A questo punto ci si chiede se valga la pena andare avanti; nel frattempo gli arrangiamenti messi su dal nuovo batterista Mangini (ex Extreme e Steve Vai, per dirne due) naufragano nella banalità più totale, anche se c’è da dire che il poveretto non è aiutato da composizioni invitanti.

Il pezzo successivo Outcry vorrebbe rimediare aggiungendo un bel po’ di parte strumentale, forse la parte migliore dell’album in effetti; ma il resto del brano è un rock da classifica con testi inascoltabili:

Somewhere overhead
Distant thunders roars
The revolution has begun
The war to end all wars

O ancor peggio:

The rebel in us all
Someday gets tired
Of being pushed around
But freedom has a price
The cost is buried in the ground

A questo punto scatta l’obbligo di togliere il cd per tutti i fan del gruppo: Far from heaven è la canzone di qualcun altro, probabilmente di omonimi di John Petrucci e James Labrie; non si tocca il fondo di This is the life, perché almeno il testo ha il coraggio di parlare d’amore, e non di qualche modo di vivere veramente la vita

Far from heaven ci dà però l’occasione di fare un confronto oggettivo con quindici anni fa: si ascolti, ma anche solo un minuto di questo brano pianoforte e voce, e lo si confronti con Wait for sleep, canzone sempre pianoforte e voce di Images and words del 1992.

Si potrà notare che non è tanto la scelta dell’arrangiamento, ma la canzone in sé che è nettamente inferiore, per fantasia, melodia, parole e chi più ne ha più ne metta.

Canzone successiva: Breaking all illusions fa respirare un po’, anche se in un album normale sarebbe stata una canzone minore, qui si può facilmente dire che è il pezzo migliore insieme a On the backs of angels; soprattutto un passaggio è molto innovativo, quello che va dal verso «starts a fire in the mind» fino al settimo minuto, più o meno, forse i momenti di maggior impegno compositivo.

E possiamo benissimo far finta che l’album finisca qui, senza pensare al motivo per cui Michael Bolton si sia intrufolato in un album dei Dream Theater a concludere il disco con Beneath the surface, di certo non una delle sue migliori canzoni.
L’apice della carriera raggiunto dal gruppo è sicuramente intorno all’anno 2000, con Metropoils pt. 2 e Six degrees of inner turbulence, opere inimitabili che hanno rivoluzionato il modo di concepire la musica rock, concept album straordinariamente equilibrati come non si sentiva da The wall dei Pink Floyd. Gli anni successivi non hanno portato grandi novità, ma comunque degli album godibili all’ascolto, come quello del 2010 Black cloud e silver linings.

Probabilmente l’abbandono di Portnoy è stato causato da una mancanza di ispirazione generale, e ne ha provocato un’ulteriore calata nell’abisso del ripetuto e della retrocessione.
L’abbandono di un componente in un gruppo non ne provoca sempre il declino; anzi a volte può essere anche una rinascita per gli altri. Ma quando ad abbandonare è un fondatore, viene meno probabilmente lo scopo per cui quel gruppo esiste. E senza che gli altri membri se ne accorgano, dalla storia della musica si passa alla storia del commercio discografico.

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L'autore

Marco Di Pasquale è redattore di Ipercritica, studioso di popular music e letteratura