I disordini di Piazza S. Giovanni
come espressione del dominio della società dei consumi
Come un giovane
che di sé non sa altro che è nuovo
e si accanisce contro il vecchio mondo
Pier Paolo Pasolini – La Rabbia
Due sono i concetti chiave che hanno fatto da epicentro alla retorica massmediatica sugli scontri avvenuti a Roma sabato 15 ottobre 2011, tra il cosiddetto blocco nero e le cosiddette forze dell’ordine: tali concetti sono quelli di violenza e manifestazione. Aggiungo altre due parole chiave di questi giorni: fiducia e indignazione. L’atteggiamento acritico con cui la stampa maggioritaria e l’opinione pubblica in generale, dalle voci dei parlamentari alle colonne delle principali testate giornalistiche (prenderò come esempio La Repubblica che è il quotidiano che leggo con meno fastidio) ha affrontato i fatti di questi giorni, così come quelli del 14 dicembre scorso, segnala un pericoloso atteggiamento omertoso, causato da una spietata ruffianaggine (questa si violenta) nei confronti del dannato senso comune, che, in quanto espressione del sistema culturale di stampo piccolo borghese che imperversa, non può che costituire un atto retorico e quindi reazionario e conservatore. Un atteggiamento critico nei confronti di questi fatti avrebbe preteso una considerazione non pregiudizievole del fenomeno black bloc ma una sincera analisi della situazione, delle sue componenti e del suo contesto.
Il primo concetto che vale la pena analizzare è senz’altro quello di violenza. Ci troviamo di fronte ad una violenza inedita (nella storia ma non nella storia recente) perché svincolata da un fine ma organizzata e connotata come mezzo. Non può qui valere, se non come spunto di estremo interesse, la critica della violenza di Benjamin, come non può essere che vano e bigotto e tremendamente pop ogni riferimento alle parole di Pasolini sugli scontri di Valle Giulia (ormai tristemente sputtanate). Non valgono perché la violenza ha perso velleità rivoluzionarie e allo stesso tempo è finita, almeno nella sua dimensione nazionale, la società di classi conosciuta e descritta dal poeta friulano.
L’incessante moto di omologazione garantito e precostituito dalla società dei consumi ci ha ridotti tutti ad un’immensa classe sociale, la cui definizione trascende il nostro rapporto con i mezzi di produzione ma che ci mette in relazione tra di noi soltanto per mezzo del nostro sistema culturale che è il sistema culturale dell’unica nuova (e al contempo antichissima) classe sociale. Pasolini stesso ci avrebbe definito “piccolo borghesia”. Utilizzerò comunque il termine, perché garantisce un’immediata comprensibilità e suscita una valida ed efficace sensazione di continuità con il sistema delle classi.
Quella piccolo borghese è ormai l’unica ideologia nemica di ogni ideologia. La sua sovrastruttura propende al consumo come mezzo di autoconservazione. Il consumo è quindi la sovrastruttura piccolo borghese, che è quindi ideologicamente marcata dal più nefasto, trascendente ed incontrollabile degli ismi: il consumismo.
Il consumismo è un atto di violenza. Il suo essere reazionario permea abilmente tanto in quelle forme di cosiddetta ribellione che ad esso tentano di opporsi, quanto in quelle forme di diretta conservazione che esso possiede come immediati anticorpi alle prime fiammelle di rivolta. Inutile dire che ribelli e conservatori giocano nella stessa squadra ed alimentano a loro modo il potere del consumo che di essi si serve come di forze necessarie a creare la tensione che lo anima e lo mantiene in vita come unico mondo possibile. Basandosi quindi su una tensione esso si basa su un conflitto (del tutto innocuo per sé stesso) che è quindi un atto di violenza perenne, costante ed innegabile.
I ribelli reazionari sono gli indignati italiani. È importante specificare come quelli italiani siano in particolar modo reazionari a differenza di quelli spagnoli o di quelli anglofoni, ma di ciò si parlerà nello specifico più avanti quando analizzeremo il valore della parola fiducia e ancor di più quando si parlerà di quello di indignazione. I poteri reazionari che palesemente giocavano a favore del potere sono stati incorporati nelle parole dei politici ed ancor di più in quelle di giornali e televisioni (soprattutto televisioni, data l’enorme fiducia che gli italiani danno al medium TV) e in questo caso nell’agire fisico dei poliziotti.
L’agire degli agenti ha un nuovo valore rispetto al valore classista del sessantotto. I poliziotti non sono più figli dei poveri. Chi gli si oppone non è più figlio dei ricchi. Tutti sono figli della piccolo borghesia, che storicamente ha sbaragliato qualsiasi oppositore culturale durante gli anni ottanta e si è palesato come sistema politico nel berlusconismo, non solo nella figura di Silvio Berlusconi e dei suoi partiti ed alleati ma soprattutto in un sistema culturale che ha progressivamente delegittimato ogni istituto ed istituzione vigente nel nostro paese, tranne come detto, quella televisiva, che invece è l’unica (questo si a a pieno vantaggio di Silvio Berlusconi) che si è rafforzata perché vero medium culturale dell’ideologia consumistica.
Dietro alla violenza del cosiddetto blocco nero (utilizzo la definizione solo per convenzione, non perché mi sia propria) non c’è però ideologia. Il mezzo palesemente organizzato della violenza così come l’abbiamo vista, non ha un fine organico. La mancanza di uno scopo è la vera novità di questa violenza che la allontana dalla critica benjaminiana quanto dalle riflessioni pasoliniane. L’assenza di riferimenti ideologici diretti (come avveniva ad esempio per il maoismo dei sessantottini) segnala una preoccupante verità che se l’opinione pubblica si fosse degnata di analizzare davvero gli scontri di questi giorni avrebbe dovuto notare. Apro una parentesi a riguardo. La mancata analisi da parte del nostro vergognoso ordine giornalistico (in toto) tradisce una banale paura. Se infatti la violenza scesa in campo in questi giorni fosse stata analizzata a partire dalla sua essenza inedita (e dal contesto sia geograficamente che storicamente inedito), non si sarebbe potuto non notare che il verbo mediatico ed in particolare quello giornalistico di stampo politico agisce in maniera reazionaria e soprattutto violenta. L’attacco costante e verbalmente violento alla politica berlusconiana da parte dei giornalisti de La Repubblica, ad esempio (al di là degli effettivi ed insindacabili demeriti di Berlusconi dal novantaquattro ad oggi), agisce non come violenza verbale verso Berlusconi, che è solo un’espressione del sistema culturale, non ne è affatto l’artefice, ma come violenza verso il pubblico o verso i lettori, che sono anche cittadini, in quanto si mostra come forza conservatrice del vigente sistema illibero dei consumi e della sua sovrastruttura piccolo borghese. La sua reazionarietà non sta nel fine ma nel mezzo. Essa è quindi violenta perché reazionaria e reazionaria perché retorica e retorica perché forzatamente acritica perché se fosse critica dovrebbe ammettere la propria violenza.
Essa tende inoltre ad inglobare nelle decadute logiche della lotta di classe o della lotta ideologica, le forme che la violenza dei manifestanti (unici a meritare questo termine) del blocco nero assume negli scontri, nel vandalismo, nella cosiddetta messa a ferro e fuoco, strumentalizzando così questa nuove violenza come se fosse una violenza già vista, che in passato ha consolidato il potere, che ha portato agli anni di piombo, alle stragi etc..
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