I disordini di Piazza S. Giovanni
come espressione del dominio della società dei consumi
Al di là delle facili dietrologie però quella violenza ha davvero perso, ha davvero rafforzato il potere. Quella violenza, proprietaria di un fine, ha costituito il polo di tensione ribelle ed è stata quindi figlia e causa dell’ideologia piccolo borghese. Tornando quindi a Benjamin, la violenza di oggi è quindi ancora un mezzo? E se lo è per quale fine?
La violenza è ancora un mezzo. Ha quindi una funzione strumentale. La sua funzione è pero immotivata. Il suo scopo si esaurisce in sé. Essa non ha uno scopo ideologico. Altrimenti si avvarrebbe di simboli. Invece essa stessa è un simbolo. Se quindi la violenza rossa si avvaleva della bandiera rossa con la falce ed il martello per indicare la presa di potere delle masse lavoratrici come scopo, la violenza di oggi si avvale di sé stessa perché è sé stessa che essa rappresenta ed è a sé stessa che essa mira. I suoi artefici sono persone qualunque, figlie dell’ideologia violenta piccolo borghese, che ammettendo l’orrore di tale ideologia e squalificandone il mondo tirannico e perverso e repressivo, ammettono di non aver nulla da perdere perché non sentono proprio il mondo che le ha generate e tendono quindi a distruggerlo.
La sua assenza di scopo la rende pericolosa perché la rende indecifrabile. Ma in ciò sta anche la sua bellezza e quindi la sua debolezza: l’assenza di scopi che trascendano da sé stessa rende questa violenza infruibile, il sistema reagisce ad essa con l’unica fruizione possibile da parte dell’unico istituto rimasto in vita, quello della spettacolarizzazione televisiva.
La manifestazione televisiva è l’unico modo per inglobare, assorbire e digerire la manifestazione vera e pura di una frustrazione. Perché chi ha agito è palesemente guidato da un senso di frustrazione dovuto alla mancanza di partecipazione alla propria vita. La manifestazione della rabbia quindi non può avvenire che con la rabbia. L’assenza di ideologia è al contempo causa ed effetto di tale rabbia. Essa comporta mancanza di scopi e mancanza di mezzi. Essa è al contempo causa ed effetto di una progressiva ed inarrestabile perdita di fiducia nelle istituzioni sacre dell’ideologia piccolo borghese, rappresentate molto bene dagli oggetti dell’assalto (dal valore davvero simbolico, come tese a rivalorizzare i simboli e quindi anche e forse soprattutto, le parole) del blocco nero: la polizia, quindi lo stato democratico, la sua politica ed i suoi politici con cui il popolo non ha più, davvero paradossalmente, occasione di rapporto fisico; le banche e quindi il sistema economico mondiale la cui finanza irresponsabile è responsabile (mi si perdoni la banalità) dell’attuale crisi economica; la chiesa e la religione che non hanno più alcuna funzione sociale perché dichiaratamente reazionarie ed impermeabili a qualsiasi fonte di cambiamento; non credo che ci sia bisogno di specificare che non vi è nulla di programmatico dietro a tutto questo. Il che non pregiudica questa analisi ma le dà valore.
Ma incredibilmente ed in maniera davvero innovativa, lo scontro è avvenuto anche con gli altri manifestanti, visti giustamente come reazionari e quindi attivamente responsabili del sistema di illibertà; essi in particolar modo sono stati difesi dall’opinione pubblica e dalla classe giornalistica, dai mezzi busti televisivi, dai banchieri, dai politici e dalle forze dell’ordine e dalla chiesa. Essi sono quindi stati difesi dalle stesse forze reazionarie che denunciavano. Essi non ammettono la sfiducia che essi stessi provano nei confronti del vecchio mondo. Essi sono incatenati dalla paura piccolo borghese di smarrire il proprio piccolissimo ora. Essi hanno messo l’umanità disumanizzata di tutti noi davanti alla disumanizzazione stessa1.
Essi stanno al lògos quanto il blocco nero sta al pàthos. Ecco perché gli indignati italiani non sono altro che dei reazionari. Ecco perché non hanno saputo accettare lo scontro e non hanno tollerato l’indifferenza ricevuta dal confronto dialettico che essi cercavano con il blocco nero. Perché confrontarsi, per il blocco nero, avrebbe significato ammettere l’esistenza di un senso, di un linguaggio con il quale comunicare in un mondo privo di segni significanti. All’estero altri segni e simboli hanno ancora una possibilità di senso. Hanno ancora valore, perché la società di classi ha saputo evolversi in un mostro meno indigeribile, talvolta in vere e proprie forme di coerenza (come le socialdemocrazie scandinave o il civilissimo Canada, nei quali il diritto ha ancora un valore morale e sociale).
L’indignazione (l’unica davvero vista in piazza sabato, quella del blocco nero) è stata quindi capace di esprimersi sinceramente nell’unico modo in cui in un mondo pieno di sensi fasulli e frammentati e di relativismi etici fallaci e decadenti ed apartecipativi ed acritici, è possibile esprimersi: negando il senso e palesando questa negazione. Essa è un simbolo e manifestando la mancanza di fiducia verso il vecchio mondo tradisce l’assenza di fiducia verso i simboli assieme ad una triste speranza disillusa nei confronti di una nuova era in cui le parole abbiano un nuovo significato ed i simboli un nuovo valore.
- Qui a mio avviso si gioca il nodo cruciale. Da un lato si manifesta la meravigliosa inutilità di questa violenza. Dall’altro nella tragedia del dolore fisico si rintraccia la facilità con cui il sistema mediatico poggia le proprie accuse, coi vecchi paragoni ai sistemi morti di un’antica società di classe, paragoni inapplicabile ad una società che ha una sola classe sociale ed un solo sistema culturale, che vive della frammentazione del proprio sistema culturale stesso e della tensione tra la miriade di punti di tensione. [↩]
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Assolutamente d’accordo Niccolo’, hai espresso quello che hanno nell’animo la stragrande maggoioranza delle persone.
Adoro come scrivi e ti abbraccio
Gemma
Sarebbe interessante mettere in relazione la violenza del “blocco nero” con quella dei drughi in arancia meccanica. Non siamo così lontani da quella decadenza affrescata magistralmente nel film. Non sono d’accordo sul fatto che la sola forma di indignazione sia quella del blocco, troppo semplice e brutalmente matematica l’applicazione del principio causa-effetto, l’analsi dev’essere molto più organica e spingersi a considerare quelle reazioni diverse dalla bruta violenza.
Il problema fondamentale è che non trovo un’altra indignazione che non sia reazionaria. Nel suo non-senso la violenza brutale del blocco nero è l’unica che abbia un linguaggio e quindi un senso, che però è fallace e disilluso ed espleta la necessità di cercare un senso. E’ un simbolo di lotta che si dà attraverso la modalità di lotta scelta. Non ci sono altre forme di indignazione in italia. Tutte tendono a conservare forme di senso esaurite o a rinnovare forme di potere che hanno perso qualsiasi significanza socio-politica. Essa è affascinante e terribile. E non deve spaventare il paragone con la violenza da stadio. Dovrebbero preoccupare solo i quali cercano un senso rivoluzionario in questa lotta. Ma preoccupano molto di più coloro che cercano di dimostrare qualsiasi altra forma di “indignazione”.
Il problema fondamentale è che non trovo un’altra indignazione che non sia reazionaria. Nel suo non-senso la violenza brutale del blocco nero è l’unica che abbia un linguaggio e quindi un senso, che però è fallace e disilluso ed espleta la necessità di cercare un senso. E’ un simbolo di lotta che si dà attraverso la modalità di lotta scelta. Non ci sono altre forme di indignazione in italia. Tutte tendono a conservare forme di senso esaurite o a rinnovare forme di potere che hanno perso qualsiasi significanza socio-politica. Essa è affascinante e terribile. E non deve spaventare il paragone con la violenza da stadio. Dovrebbero preoccupare solo i quali cercano un senso rivoluzionario in questa lotta. Ma preoccupano molto di più coloro che cercano di dimostrare qualsiasi altra forma di “indignazione”.
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