Lars Von Trier alle prese con le tortuose vie del nichilismo
L’ultimo lavoro di Lars Von Trier è un’allegoria della depressione, esplicita fin dal titolo che richiama la bile nera, l’umore corporeo responsabile, secondo la fisiologia ippocratea, di stati d’animo di tristezza e apatia. Essa non è intesa, però, come un’indole tipica di certi particolari individui, bensì come malattia del nostro tempo, inarrestabile, contro cui pure la scienza, che costituisce il cuore dello spirito contemporaneo, non ha cura.
Così intesa, la depressione non è altro che la manifestazione per eccellenza di un fenomeno più generale: il nichilismo.
Questo è ciò che rappresenta il pianeta Melancholia, rimasto nascosto per molto tempo, e che ora, sfuggito alle briglie dei calcoli scientifici, si avvicina per travolgerci tutti. Un dettaglio ci colpisce: perchè Von Trier nasconde il suo strumento di distruzione dietro il sole? Proviamo a farci guidare da questa suggestione. Il sole è il simbolo di Apollo, dio della bellezza, del logos e della misura, ma questa sua immagine divina è legata sotterraneamente ad un doppio invisibile e ineffabile: Dioniso, l’orrore primigenio. Apollo e Dioniso sono, in segreto, lo stesso.
Non è forse un caso che Melancholia sia articolato in due sezioni, dedicate ciascuna ad una delle sorelle protagoniste: la bionda burrosa Justine, e la bruna e spigolosa Claire. In realtà i due personaggi, lungi dal costituire un’antitesi, si confondono fra di loro per tutto il film. La prima ci viene presentata con un carattere solare, innamorata e incline al riso, al contrario di Claire, la buona borghese pragmatica, concentrata a che non le sfugga nulla di mano. Ma presto scopriamo che Claire, donna di mondo, si muove nel suo elemento, mentre Justine sta fingendo: quell’insieme di convenzioni ed etichette non ha per lei senso né il valore, e il matrimonio fra lei e Michael è stato un tentativo disperato, e fallimentare, di far quadrare qualcosa nella sua vita funestata dai sintomi di una grave depressione. La prima parte si chiude con le sequenze di Claire che, ribaltati una prima volta i ruoli, si prende amorevolmente cura della sorella, ridotta in stato quasi catatonico dall’esito tragico di quello che avrebbe dovuto, almeno secondo le formule augurali in uso in questi casi, il più bel giorno della sua vita.
Ed ecco che, nella seconda parte, fa irruzione il pianeta Melancholia; vale a dire, il nichilismo bussa alle porte dei protagonisti. Il suo avvento non cambia niente per Justine, che vive già come se non avesse nulla da perdere; o meglio, come se avesse presentito già da tempo questo evento. Justine ha ascoltato i discorsi del Profeta di sventure.
Mi riferisco ad un episodio del Così parlò Zarathustra, uno dei momenti più drammatici e importanti non solo di quel testo, ma di tutta l’opera di Nietzsche:
Vano fu tutto il lavoro, velenoso è diventato il nostro vino, il malocchio bruciò e ingiallì i nostri campi e i nostri cuori. […] In verità, siamo già troppo stanchi per morire; siamo ancora desti e continuiamo a vivere – in camere mortuarie!1
Zarathustra, nonostante gli incoraggiamenti dei discepoli, è profondamente turbato dalle parole del Profeta, che annunciano il nichilismo nella sua realtà palpabile e straziante. Solo la dottrina dell’eterno ritorno, che egli enuncerà compiutamente di lì in poi, permette il superamento attivo del nichilismo. Fino ad allora quest’ultimo resta un ostacolo insormontabile, una condanna per l’occidente.
Anche Justine ha esperito il fatto che le cose hanno perso, o stanno perdendo, il loro valore; il piacere di un bagno caldo, come quello del cibo, o della compagnia, o di un gesto di affetto, sono scoloriti e distanti. La giovane e bella pubblicitaria (vale a dire uno degli agenti più rappresentativi della società dello spettacolo, cioè la nostra stessa società) è prostrata da questa consapevolezza al punto da non riuscire più ad alzarsi dal letto.
“Il sapere soffoca”, insegna il profeta; Justine “sa le cose”, come afferma lei stessa, ovvero conosce la verità indicibile, la verità della perdita di ogni valore, appunto, e questo la condanna all’inazione. Che fare quando tutto è già stato, e tutto quello che deve venire è semplicemente indifferente?
Ma c’è un appunto di Nietzsche, alla fine della Genealogia della morale, che ci è utile qui. Justine non è che non voglia niente; ella vuole Il niente, la catastrofe, l’apocalisse, qualcosa che spazzi via l’umanità. Nietzsche distinguerebbe qui fra due tipi di nichilismo, o meglio, due tipi di risposte alla questione della morte di Dio (vale a dire il crollo irrevocabile di ogni verità e valore fino ad allora considerati eterni). Volere nulla vuol dire estinguere la propria volontà, la quale è per Nietzsche tutt’uno con la vita; si tratta di una scelta anti-vitale, la cui unica conseguenza pratica è il suicidio. Diverso è Volere il Nulla, cioè, secondo le parole di Zarathustra, volere il proprio tramonto: accogliere il nichilismo come un destino, farlo proprio. Quando la catastrofe si avvicina Justine si rimette in forze, e dà altri segni chiari in questo senso, entrando per esempio in comunione “carnale” col pianeta, di cui è allo stesso tempo vittima e rappresentante terrena.
Ho accennato in precedenza ad un rapporto che potrebbe venire tracciato fra la coppia di sorelle, da un lato, e la polarità radicale di Apollo e Dioniso, dall’altro. Per chiarire l’analogia bisogna tenere conto che le riflessioni di Nietzsche su queste due forze dello spirito greco sono solo apparentemente distanti dal pensiero che egli andò maturando con gli anni, riguardo il nichilismo e il suo superamento; se lì si trattava di capire come mai i Greci siano stati il popolo più fiero e geniale della storia, qui bisognava delinare le cause, e i possibili rimedi, al malessere dei tempi moderni, il quale si colloca storicamente sulla scia della decadenza della tragedia greca. Le tappe di questo cammino sono l’oblio di Dioniso, la fondazione del sovramondo apollineo, aristotelico e scolastico, e il progressivo tramonto di quest’ultimo, che lascia di nuovo gli uomini in balia dell’orrore dionisiaco, questa volta senza che sia più possibile una fondazione compiuta di altri sistemi di verità (poichè il logos ha finito per “digerire” i suoi vecchi concetti, scoprendoli illusori, e si è eroso il terreno da sotto i piedi).
Von Trier immagina il compiersi di questo tramonto della verità come un evento fisico catastrofico.
Claire, spirito apollineo e razionale, incarna la “volontà di verità”, vale a dire di misura e ordine, che le permette di andare avanti serenamente, almeno fino a che il non-senso dionisiaco le si para innanzi agli occhi come un destino ineluttabile. Justine, menade del corteo dionisiaco, ha visto in faccia già da tempo quell’orrore che condanna all’ammutolimento, e non ha perciò potuto tirare avanti con una quotidianità spogliata di ogni valore. Se fosse vissuta in un passato più o meno antico, popolato ancora di verità, Melancholia avrebbe avuto su di lei un effetto diverso, prendendo il nome di accidia, musa di artisti e poeti, tormento silenzioso e non ancora paralizzante.
Cosa dire del finale? Fin qui, si può sostenere a ragione che Von Trier resti fermo ad un nichilismo passivo, cioè puramente distruttivo (“volere il nulla”), che nullifica l’ente senza essere capace di costruire alcunchè. Per Nietzsche, questo momento del nichilismo, in sé necessario, dev’essere superato, come ho già accennato, con l’eterno ritorno, vale a dire l’estensione della propria volontà al passato. Bisogna pensare di aver voluto tutto ciò che è stato per sconfiggere lo spirito di vendetta, il quale si alimenta del senso di impotenza di fronte allo scorrere cieco e irreversibile del tempo.
Che il tempo non torni indietro è il furore [della volontà “cattiva”]; “quello che fu” - così si chiama il masso che essa non può smuovere. Così smuove altri massi per furore e dispetto e si vendica di ciò che non prova come lei furore e dispetto. […] Finchè la follia predicò: “Tutto passa, perciò tutto merita di passare!2
Pensare il passato come voluto è in Nietzsche un escamotage poetico-filosofico per arrivare a ciò che era per lui essenziale, ovvero il potersi pensare liberi da etiche e morali del passato, per giungere ad un’estasi vitalistica che continua a volere se stessa, a voler vivere e voler plasmare le proprie condizioni di esistenza, sempre consapevole che sullo sfondo resta una radicale mancanza di senso.
In Melancholia non si vede l’ombra di una redenzione, come d’altronde era già nel capolavoro Dogville, di cui ha scritto un bellissimo saggio Alessandro Alfieri, parlandone in questi termini sin dal titolo3. Tuttavia si può spendere ancora qualche parola sugli ultimi minuti del film. Innanzitutto c’è il marito di Claire, che incarna sullo schermo l’alternativa mai considerata da Justine, ovvero il nichilismo radicale (non volere nulla) e il suicidio. Ma poi, perchè Justine, nelle ultime scene, sceglie di prendersi cura di Claire e Leo, di confortarli, e addirittura la vediamo piangere poco prima dell’impatto?
In barba alla catastrofe finale resta questo minuscolo elemento che ci interroga. Ognuno può fare le proprie supposizioni a riguardo. Quanto a me, credo che ciò tradisca un ultimo colpo di coda di Von Trier, il Creatore, per cui la depressione (di cui effettivamente soffre) si trasforma di nuovo in accidia, languida dea dei poeti. Basta questo per fare un passo indietro dall’abisso, e trasformare il film in qualcosa di più che non una sterile apologia dell’annichilimento.
- Nietzsche, W. F., Così parlò Zarathustra, Newton & Compton, p. 109 [↩]
- Ivi, p. 113 [↩]
- Alfieri, A., Dogville. Della mancata redenzione, Caravaggio Editore [↩]
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