La musica indie in Italia e il primo disco da solista di un esponente storico
L’indie italiano è un mostro a sei zampe e senza retromarcia, con ciuffo ribelle e gilet.
In questo articolo parlerò di come oggi questo mostro – dalla i alla e – non abbia più alcun senso di esistere, principalmente in riferimento alla sua presunzione di voler essere un genere musicale.
Chiaramente l’idea qui non è di fornire un quadro esaustivo della musica indie o dell’indie rock, giacché, non trattandosi di un genere secondo la definizione che ne dà per esempio Franco Fabbri1, si caratterizza esclusivamente tramite le contingenze sociali e discografiche dell’ambiente di riferimento, quindi è dato dai rapporti che intercorrono entro i vari mercati, i target del prodotto e via dicendo: questi sono diversi da nazione a nazione o, meglio, da mercato a mercato.
No, qui si parlerà di cosa ha rappresentato l’indie in Italia, come si è sviluppato e perché nel disco di Umberto Palazzo (fondatore dei Massimo volume e poi leader del Santo niente e del parallelo Santo nada) Canzoni della notte e della controra (Discodada, 2011) si possa verosimilmente individuare la sua fine.
Va da sé che, in perfetto stile Ipercritica, questa non sarà in nessun modo una recensione del disco.
Parto un po’ dal quadro storico, come detto non esaustivo.
Grossolanamente il concetto di indie alla sua nascita si riferiva alla musica prodotta fuori dal mainstream, cioè fuori dal circuito delle cosiddette major. Per farla breve, una delle idee principali derivate dal corollario di possibilità pratiche della musica indie era una supposta superiorità artistica rispetto al mainstream, una maggiore raffinatezza, anche se spesso caratterizzata da una bassa resa musicale dovuta alla mancanza di strutture produttive importanti.
Tutto questo non era affatto lontano dalla verità e anche in Italia, negli anni Ottanta e soprattutto nei Novanta, ci fu un proliferare di gruppi (Massimo volume, Scisma etc) che seguivano questo filone. Sostanzialmente fino a che non arrivò la fine di quello che Jason Toynbee avrebbe chiamato «‘secolo breve della popular music’, che copre un periodo compreso tra il 1921 e il 1999»2, questo sistema si reggeva sullo scarto tra l’effettiva impossibilità delle major di prescindere da un’icona riconoscibile e vendibile e, al contrario, la necessità di svisamento dalla norma – essenza prettamente artistica e urgenza linguistica musicale, sperimentale e di linguaggio – dell’indie: l’indie era per tutto il mondo la canzone d’arte.
L’informatica e internet hanno rivoluzionato questo quadro. Oggi tutti sono indie – o comunque possono esserlo –, quindi nessuno è indie. Succede una cosa però, almeno in Italia, e qui arriviamo all’importanza del disco di Palazzo: quella superiorità artistica dell’indie ha creato una effettivamente presunta superiorità, una spocchia denotata nel termine ‘indie’ stesso, un alternativismo, spesso drammaticamente confuso addirittura con l’avanguardia, nel concetto stesso di musica indie. Questo non sarebbe un guaio se non fosse, a tutti gli effetti, l’unico elemento caratterizzante dell’indie italiano nella strada che va dal segno al senso della parola ‘indie’: cioè oramai in Italia, quando si pensa all’indie, si pensa a qualcosa di raffinato, superiore o artisticamente valido (lo pensano i sostenitori) o a qualcosa di insopportabilmente snob e spocchioso (lo pensano i detrattori).
Anche se l’indie, come detto, non è un genere, è davvero desolante il fatto che oramai il suo significato sia dato esclusivamente in funzione dell’orecchio ineducato e dell’ignoranza presuntuosa e a pancia piena dei suoi fruitori3. Qualcosa va recuperato, qualcosa che s’è perso in questo sviluppo degenere dai Novanta a oggi.
Ho scritto «qualcosa va recuperato»; leggiamo come Umberto Palazzo ci presenta il suo disco:
L’idea di base è quella di fare un disco pre-rock, se mi consenti il termine. Una specie di what if rock never happened. Quindi, oltre alle influenze solite e inevitabili, ho preso stilemi da Morricone, dal pop italiano fine anni cinquanta/inizio anni sessanta, dalla canzone napoletana, dal pop americano pre-beatles, dalla musica greca e orientale, dal folk modale, dalla musica classica e ho cercato strumentazioni atipiche per spostare la cosa fuori dal tempo. Le percussioni sono fatte quasi tutte con pezzi di metallo, sul modello degli Einsturzende Neubauten, i synth sono alla maniera del primo post punk, le chitarre non sono mai distorte ed hanno un suono da disco pop degli anni sessanta, ci sono un sacco di strumenti strani o etnici e ho abolito la batteria di proposito per dare più spazio alla voce e all’eco e ai riverberi.
[…] Ho praticamente suonato e registrato tutto da solo.
Se Palazzo non fosse italiano, questo recupero di sonorità antiche o embrionali sarebbe da valutare solo come parte del proprio linguaggio, visto che un filone dell’indie internazionale ha come elemento caratterizzante un recupero ibridizzante di elementi lontani nel tempo, sonorità vintage o di altre epoche; un esempio su tutti sono i Mando Diao. Questo recupero in qualche modo si accorda al concetto di avanguardia, che di certo – e, a ben vedere, senza pregiudizi – non è estraneo a quello di indie: avendo libertà di movimento artistico si può eseguire il fine primo e ultimo dell’avanguardia: andare all’origine del linguaggio, capirne le peculiarità originarie per innovare; si deve andare talmente tanto indietro da poter prendere un’adeguata rincorsa.
Ecco: nello scenario italiano, invece, il disco di Palazzo arriva come un cataclisma, un’Araba fenice, una palingenesi. Sebbene, infatti, Palazzo stesso li usi come linguaggio personale, come necessità espressiva, questi suoni lontani nel tempo irrompono in uno scenario – una comunità, direbbe Fabbri – in cui ‘indie’ si ammanta unicamente di supposto e vuoto alternativismo radical (e troppo spesso pure chic), unico elemento che caratterizza il presunto genere. Quando la poesia diventa vuoto esercizio del «quanto sei poeta!»4, quando la metafora diventa catacresi, non si può far altro che ripartire dall’alfabeto della poesia per nuove forme.
Chiaramente Palazzo non è l’unico artista che recupera sonorità morriconian-messicane, come le chiama lui: già negli anni Settanta-Ottanta si possono citare per tutti gli XTC, ma abbiamo già detto che quello che fa Palazzo a noi qui interessa nel panorama italiano.
D’altronde in Italia già Morgan, per esempio in Amore assurdo – o, soprattutto, nella successiva Da A ad A, anche con chitarre elettriche non distorte – fa incetta di atmosfere anni Sessanta; il fatto è che il suo intento è puramente evocativo, epidermico, non decostruttivo come in Palazzo. Morgan spesso allarga la melodia, usa il bel canto per riproporre delle formule e dare un riferimento iconico; Palazzo invece è sempre sobrio nella voce, preciso, ‘linguistico’, archetipico, preindustriale5, quasi mai soprasegmentale.
Inoltre Palazzo non è sicuramente l’unico che riesce a tirarsi fuori dalla logica mainstream-indipendente avendo la possibilità di confezionare un disco prodotto artisticamente quasi interamente da solo. Figuriamoci poi nel 2011!
Non è questo il punto. Canzoni della notte e della controra è un disco emblematico e di svolta, d’avanguardia, per gli stessi motivi per cui Dio è altrove di Marco Ongaro, del 2002, lo fu per la canzone d’autore6: come succede per tutte le opere emblematiche di un filone o una corrente, a fare la differenza è il vissuto artistico dell’autore e l’inquadramento di quell’opera nella storia di quel filone. L’indie italiano aveva bisogno di un periodo di tempo di circa dieci anni, evidentemente, da quando l’indipendenza divenne regola (cfr. Toynbee, 1999) fino a che l’unico elemento caratterizzante restasse il guscio vuoto della presunta raffinatezza. Tornare alle origini, a tutto quello che c’è prima del rock, quindi alla base del linguaggio, da parte di uno dei capostipiti di quel linguaggio nella sua declinazione ‘indie’, vuol dire precisamente dare un prepotente colpo di spugna, decodificare qualcosa qui e ora, perché qui e ora lo si può fare grazie alle possibilità di informatica e internet, alla fine del secolo breve, perché qui e ora ci sono le condizioni per far nascere anche in Italia dall’alfabeto una musica indipendente consapevole, immanente e d’autore.
D’autore, sì, perché sarebbe un peccato mortale non tener conto di Canzoni della notte e della controra – vista la sua importanza storica e artistica – per la Targa Tenco opera prima 2012.
- «Un genere musicale è un insieme di fatti musicali, reali e possibili, il cui svolgimento è governato da un insieme definito di norme socialmente accettate.» F. Fabbri, Il suono in cui viviamo, Il Saggiatore, Milano, 2008, p. 72. La definizione è presa dal libro ‘riassuntivo’ di Fabbri, nell’edizione che qui adopero del 2008, ma raccoglie suoi contributi e teorie che risalgono ai primi anni Ottanta. [↩]
- J. Toynbee, Making popular music, Creativity and Institutions, Arnold, London, 2000, p. XVIII. La definizione è chiaramente riferita al ‘secolo breve’ di Hobsbawm. [↩]
- Ecco, almeno sotto questo punto di vista si potrebbero lanciare i dadi e buttarsi in uno studio sul fatto che in effetti l’indie italiano possa essere un genere a tutti gli effetti, che a differenza di elementi di codice per caratterizzarsi sfrutti quelli di destinatario o contesto. Ma, anche qui, si avvicinerebbe più semplicemente al genere pop. [↩]
- Cfr. A. Giuliani, I novissimi. Poesie per gli anni ‘60, Einaudi, Torino, 2003, p. 6, in generale la citazione non è casuale per chi volesse approfondire il concetto di avanguardia in poesia. [↩]
- D’altronde il disco è impregnato di riferimenti al Sud (ai Sud), la controra è concetto inequivocabile e La marcia dei basilischi (t. 5) è un orgasmo citazionista che ripropone la colonna sonora di Morricone del celebre film di Lina Wertmüller I basilischi (1963, si apre proprio con la descrizione della controra), ambientato in Lucania e impregnato di Sud. A questo proposito chissà se il Terzetto nella nebbia (t. 1) rimandi a Francesco, Sergio e Antonio, i tre protagonisti del film. Singolare la vicinanza tra Antonio, studente in giurisprudenza lucano a Roma, e lo stesso Palazzo, studente in giurisprudenza abruzzese a Bologna: Antonio da Roma tornerà in Lucania; Palazzo, dopo l’esperienza bolognese dei Massimo volume, nel 1994 fonderà il Santo niente – traduzione italiana della blasfema interdizione eufemistica prettamente abruzzese «Mannaggia Sand Nind… Mannaggia Santo Niente» –, per poi scioglierla nel 1999 e riformarla a Pescara nel 2003; queste però vadano prese come congetture ininfluenti al nostro discorso generale. [↩]
- Clicca qui per approfondire. [↩]
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Due appunti rapidi:
1) il passaggio fra rock alternativo e indie non è indifferente; per questo ti si può rimproverare di aver definito indie i Massimo volume. Il primo è un insieme di correnti originali che miravano ad un taglio netto col passato; c’erano ovviamente fonti di ispirazione, ma erano tutte strane creature del rock, dai Velvet a Captain Beefheart passando per la no-wave. L’indie nasce con la distanza diciamo “storica” che permette di riferirsi ai generi del passato già con l’idea del revival. Poi, a livello di suoni la differenza c’è, perchè nel frattempo si erano diffusi: l’home recording con risultati più che accettabili; l’elettronica, che fino a metà anni ’90 era ancora lontana dal rock, a parte pochi tentativi di mischiare le carte; e infine la pratica di investire sui gruppi del’underground, che ha avuto un’impennata dopo Nevermind, per cui gli anni ’00 sono stati funestati da gruppi iperprodotti con sonorità finte garage lo-fi.
2) questione del genere; sono il primo a dire che “indie” è riferito alla distribuzione, ma, a parte la falsa coscienza, che tu giustamente sottolinei, sui meccanismi della distribuzione, col tempo si è creata una chiara convergenza di massima attorno ad un numero non molto elevato di elementi stilistici. Sul versante post-punk è praticamente tutto un plagio dei joy division/new order; c’è il filone “alla pavement”, chitarre fenderistiche e atmosfera rilassata; il revival garage, con distorsioni ruvide sempre presenti sui medi. A tutto ciò si aggiunge una produzione più moderna, con elettronica a piacimento, e abbiamo almeno tre correnti che nessuno fatica a riconoscere come “indie”, che viene suonato nelle discoteche indie, ecc. Le cose si possono combinare fra di loro (vedi Arcade Fire, che le hanno mischiate meglio di tutti forse, ma in Funeral ci sento assolutamente queste cose qui).
Per adesso mi fermo qui, magari aggiungo qualcos’altro!
Dunque dunque, molta carne al fuoco.
Intanto ribadisco che quello che ho scritto è relativo esclusivamente al panorama italiano. Bene, è verissimo che bisogna distinguere tra rock alternativo e indie, storicamente. Basterà accennare alla scena degli Ottanta bolognese prima e, soprattutto, fiorentina poi.
In tal senso è illuminante (cioè, più che altro chiarisce storicamente certi passaggi) l’intervista a Federico Guglielmi contenuta nel libro ‘Indypendenti d’Italia’ (Zona, 2007).
Ciò che avviene negli anni Novanta in Italia è precisamente quella che tu chiami la “distanza storica” a livello embrionale e quei due gruppi che ho citato sono quelli che chiaramente rappresentano meglio il concetto che dovevo esprimere nel mio articolo.
Il mio è un articolo sulla semantica italiana della parola ‘indie’, né più, né meno. Questa semantica (e l’applicazione al ‘mercato’ italiano di quella distanza storica, il suo sviluppo italiano) implica una degenerazione tipica nostrana, per un concetto che oggi vede in uno come Dente il massimo esponente del ‘genere’, che nelle prime tre file ai concerti vede ragazzine ventenni iscritte a Lettere e Filosofia. Per Dente non sono importanti gli elementi stilistici musicali a cui accenni, è importante il giochino di parole stupido con ciuffo ribelle e lo sguardo più o meno asettico.
Il mainstream si appropria sempre delle oppisizioni radicali. E’ una teoria prima di tutto di Middleton per la popular music ed è un elemento imprescindibile di rigenerazione dei mercati.
Torniamo agli Scisma. Gli Scisma dal ’97 (dopo un primo periodo autoprodotto in cui sono diventati sostanzialmente “gli Scisma”) sono EMI, questa la dice lunga. Sicuramente ho dedicato troppo poco tempo nell’articolo a questo distinguo, ma questa degenerazione porta oggi a pensare a Benvegnù come a uno dei massimi esponenti dell’indie e l’unico motivo storico nasce proprio non dalla musica in sé, quanto da quello scarto tra mainstream e indipendenti nato tra Ottanta e Novanta. In questo senso i Massimo volume sono altrettanto esemplari.
Davvero, in Italia, è oramai tutto orientato sul fatto che l’ ‘indie’ è un biglietto da visita per entrare in certe comunità, certe situazioni sociali.
Avevo altre cose da dire ma mi sono passate di mente. Semmai tornerò a scriverti.
C’è un passaggio melodico in “Terzetto nella nebbia” di Umberto Palazzo che ricorda (direi che è uguale) l’intro di “There Is a Kingdom” di Nick Cave; è una citazione, una coincidenza o plagio?
Quando dice: “Il profumo del mare mi aiuta a pensare” è spudoratamente uguale all’introduzione di “There Is a Kingdom” di Nick Cave. Per me è una citazione di grande classe.
sì Nuccio, io credo sinceramente che sia una citazione premeditata. Palazzo la sa troppo lunga perché non lo sia e d’altronde la Marcia dei basilischi lo è altrettanto della colonna sonora del film della Wertmüller. Dico di più: questo non fa che confermare, secondo me, la natura di disco metalinguistico, generativo di un alfabeto originario, che assembla pezzi di linguaggio significanti come nella lingua si fa morfema dopo morfema.
L’intro di pianoforte di perfect day di Lou Reed è uguale a l’intro di There Is a Kingdom di Nick Cave ma Cave lo ha sempre detto senza problemi, quello sì che è un omaggio e una citazione, basta dirno. Palazzo a messo assieme Reed-Cave come dire: due piccioni con una fava, genilale non c’è che dire.