Un omaggio al cinema e alla politica industriale hollywoodiana
Facciamo tutti un bel sospiro, chiudiamo la bocca, inspiriamo profondamente e buttiamo fuori tutta l’aria sporca che avevamo dentro e respiriamo a pieni polmoni. Nel cuore dell’era digitale, tra 3D, vampiri ed esplosioni apocalittiche, serviva una ventata di aria nuova, di aria pura, genuina nel mondo della settima arte. Questo ha rappresentato The Artist: l’esaltazione del cinema come arte. The Artist ci ha ricordato che il cinema è un creare finzione che generi emozioni, come la pittura, la scultura, la musica. Questo significa che il cinema è un fare, è un lavoro certosino artigianale, sui dettagli, sulle piccolezze, sulle sfumature, facendo esaltare, nella semplice purezza dell’immagine, tutta la sua esplosività emotiva. In questo senso The Artist si può ritenere un film moderno, rispettando gli stereotipi del cinema del nuovo millennio. Suspence: però no attraverso la presenza di un eroe appeso a una corda al 57° piano di un palazzo newyorkese, ma per mezzo delle sole capacità espressive e professionali di Jean Dujardin, George Valentin, il grande divo del cinema muto in crisi professionale (e personale) con l’avvento del sonoro. Ritmo: ma no attraverso l’azione spettacolare ed eroica del protagonista che tra capriole, salti, spari e sforzi disumani riesce a salvare l’umanità, bensì attraverso attente e accurate scelte registiche e di messa in scena che fanno sì che lo spettatore venga preso costantemente da ciò che succede sullo schermo, senza concedergli un solo momento di coscienza sul fatto di star assistendo ad un film muto in bianco e nero. Coinvolgimento: se un dogma fondamentale del cinema moderno è il rendere partecipe lo spettatore dell’azione, a primo acchito sembrerebbe rischioso rispettare questa premessa proponendo un film muto a due “non-colori”. Ma noi parliamo di arte, e nell’arte tutto è possibile.
È vero che The Artist è un film muto, ma facciamo attenzione: muto di voce, non di suoni. È sempre pericoloso parlare di cinema muto, quando in realtà, fin dalle sue origini, il suono c’era eccome: la musica, la colonna sonora che dal primo all’ultimo minuto accompagna l’azione dei personaggi. The Artist non è un film muto, bensì ci parla attraverso la musica, in grado di trasmettere allo spettatore ogni singola parola detta (o meglio non-detta) dai personaggi. In questo senso si può intendere il ritorno di The Artist al cuore dell’arte cinematografica: il cinema è immagine, è arte visiva, e in quanto nasce come immagine (e solo successivamente come “parola”) nucleo del processo cinematografico è “il visto” e se qualcosa può essere reso in immagini piuttosto che in parole è un obbligo renderlo possibile. In questo senso si capisce il completo coinvolgimento che attua The Artist nei confronti dello spettatore. Per 100 minuti, lo spettatore è chiamato a integrarsi con la pellicola al fine di interpretare e cogliere le parole non-dette, il muto, leggendo e decifrando l’immagine e la musica. Ecco, quindi, come The Artist può essere ritenuto un film moderno, adatto al pubblico del XXI secolo, ed ecco come esso rappresenti inoltre un omaggio alla settima arte, riconcedendo al cinema quella peculiarità di “arte”, con le sue leggi e i suoi valori, e di “opera d’arte”, nel senso prettamente letterale di operazione, lavoro, mestiere, di capacità di esercitare un’occupazione: nessuna via di fuga, nessuna maschera, nessuna scappatoia, nessun trucco di evasione, solo immagine e musica, solo materia prima, tutto il resto è capacità, intelligenza, tatto, in altre parole, “saper fare un mestiere”.
Ma se da un lato The Artist ci ricorda la purezza del cinema, dall’altro ci apre gli occhi su un altro perno del mondo cinematografico: è vero, il cinema è arte, ma il cinema è anche industria e mercato. L’eterno dibattito, “il cinema è nato come arte o come industria?” ci viene riproposto nel film di Michel Hazanavicius, attraverso la vita di George Valentin. Fin dalla sue origini l’arte cinematografica è chiamata a rispettare le dure leggi di mercato, in quel rapporto bidirezionale tra pubblico e schermo: il primo dice al secondo cosa voler vedere, e il secondo dice al primo cosa vedere. I tempi cambiano, le esigenze mutano, la tecnologia avanza e la richiesta si trasforma. George Valentin ha vissuto questo cambiamento sulla propria pelle, subendo, in prima persona, le conseguenze professionali e personali a cui conduce il mercato. George Valentin è un divo di Hollywood, e Hollywood, più che mai, è stato e sarà industria. Non c’è tempo per i ringraziamenti né per gli omaggi, il mercato muta, il cinema muta. E la violenza di tutto questo processo ci viene rappresentata nel film in maniera chiara. George Valentin è un attore di cinema muto; e con l’avvento del sonoro non serve più, e perciò viene messo da parte, senza alcun rimorso e riconoscenza. Il finale del film, per quanto “lieto fine” possa sembrare, non fa altro che riaffermare questa dura legge. É vero che George Valentin viene richiamato a recitare sul grande schermo, ma perché? Cruciale è la discussione tra l’attrice Peppy Miller e il produttore Al Zimmer. Ormai unica attrazione del momento Peppy Miller è l’unica a sentire (e nemmeno tanto) un certo senso di riconoscenza nei confronti di colui che l’ha lanciata nel mondo nel cinema, ed è proprio (e solo) lei, mossa da motivazioni personali e non di mercato, a ricattare il produttore, che dinanzi alla minaccia «O con lui o niente!» è costretto ad arrendersi. Ma se Peppy era spinta solo da interessi personali (Peppy Miller è un’attrice e non una produttrice, nel senso che il mercato per lei viene in secondo luogo), Al Zimmer invece agisce solo per interessi industriali; accetta non per riconoscenza a George Valentin, ma solo perché se non l’avesse fatto avrebbe perso la sua “gallina dalle uova d’oro”. In altre parole ancora, George Valentin, nel finale della pellicola, viene ancora più strumentalizzato da una industria pronta a tutto pur di guadagnare quattrini. In questo senso, allora, si capisce ulteriormente come The Artist rappresenti un omaggio al cinema in tutto e per tutto, nella sue due facce, che come una monetina lanciata in aria, si intrecciano e si mescolano: il cinema è arte e industria.
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