La clamorosa burla dei CCCP

La truffa ironica nell’estetica della punk band filo-sovietica


Il 5 luglio Massimo Zamboni ha festeggiato in concerto, con un pugno di amici, i 30 anni dalla formazione dei CCCP. L’ha fatto all’annacquata festa del Partito Democratico, nel corso di una serata piacevole e sonnolenta, scossa dalle irruzioni dei pezzi dei primi burrascosi anni. Ciascuno di essi ha provocato un assurdo corto circuito, precipitando la serata nel surreale: tutti gli elementi sembravano fuori posto, come in un sogno.
Il simbolo del PD, i banchetti, i volumi poco generosi, il missaggio sbilanciato, con la voce in primo piano, i salti temporali nella scaletta (che comprendeva brani dei CSI e di Nada, ospite della serata), tutto ciò ha creato un effetto difficilmente descrivibile. Ma a ciò si deve aggiungere un significativo incidente.

Parte Fuochi nella notte, CSI. Stefano “Cisco” Bellotti, in quel momento sul palco, propone una variante al testo: “Così vanno le cose ma noi le possiamo cambiare”, invece di “è così devono andare”. Una riscrittura radicale, che non solo non tiene minimamente conto del senso generale del brano, ma si pone pure in aperta polemica con il gruppo, prima reincarnazione del duo Ferretti/Zamboni. Due sono i punti di attrito: da un lato Cisco ripudia il giudizio sul mondo contenuto nel brano che pure ha cantato; dall’altro propone un concetto di azione, impegno, militanza di marca totalmente diversa rispetto a quello impugnato dai CCCP, e mantenuto vivo nel corso dei loro sviluppi seguenti. Per capire cosa è in gioco qui è necessario liberare il gruppo dalle appiccicose attribuzioni di senso, per lo più ingiustificate, di cui è stato vittima negli anni.

Uno dei più grandi misteri dei CCCP è, infatti, che qualcuno sia riuscito a prenderli sul serio; ma a ben vedere questo è solo un indizio del fatto che il progetto originale ha colto nel segno. Il parossismo kitsch del “punk filo-sovietico” sollecita un nervo scoperto nel pubblico, innescando meccanismi di appartenenza che finiscono per portare alla luce un luogo oscuro dell’antropologia della sinistra italiana: la fascinazione per l’irregimentazione della società, che sopravvive a tutti i discorsi coscienti sulla scientificità del socialismo e sulla sua bontà che si dispiegherebbe interamente sul piano razionale dei rapporti economici.

I due livelli hanno sempre convissuto ambiguamente, con il tentativo costante del secondo di coprire e nascondere il primo, il quale però garantiva la linfa vitale in grado di mantenere la struttura gerarchica e capillare del Partito; ciò doveva essere particolarmente evidente nell’Emilia degli anni ’70. Per molti già il nome e il simbolo del gruppo, più l’ascolto distratto di qualche testo, sono bastati ad annoverarlo fra i “buoni”; ad ogni modo il successo più clamoroso di questa burla, forse la più grande truffa di sempre del rock ‘n roll (con buona pace dei Sex Pistols) fu l’esecuzione, nell’89, della loro versione dell’inno sovietico a Mosca: una dimostrazione esemplare dell’ottusità del regime.

Ferretti era senz’altro vicino alla sinistra nella sua insofferenza del mercato post-industriale, ma ebbe da subito la visione di un comunismo altrettanto tecnocratico e spaventoso del capitalismo al di qua della cortina di ferro. Sotto la superficie, mantenuta a colpi di ammenicoli, citazioni e sbandieramento di simboli, i CCCP non sono mai stati nemmeno per un istante un gruppo politico, almeno nel senso canonico del termine. Ma il solo intento ironico sarebbe stato ancora troppo poco per sancire la loro grandezza: ed esiste una linea di pensiero, leggibile chiaramente nei testi di Ferretti già dalle prime canzoni. Si tratta essenzialmente di una filosofia dell’azione, a cui si aggiunge la disperata ricerca di un luogo costante, uterino, ideale, sottratto all’erosione operata dalla società moderna, identificato in seguito nel suo paese natale.
Sono questi gli stessi due punti con cui si è scontrata la retorica di Cisco. Vediamo meglio di che si tratta.

Il richiamo di Ferretti all’azione è frutto di un’etica di stampo anarchico (e senz’altro egli fu anarchico più che comunista), per cui l’atto fondamentale è la scelta dell’individuo per l’integrità, la quale è data da un progettare le sue scelte senza farsi inibire dal flusso ossessivo e mortale del mondo contemporaneo. Ciò è leggibile in Allarme, forse in Spara Juri; mentre in Morire si parla di riappropriazione della morte in una società che fa di tutto per occultarla (un tema che era, e sarà fino alla fine, caro a Jean Baudrillard). Ma è soprattutto CCCP a mettere in chiaro questo anelito per l’azione:

Fedeli alla linea, anche quando non c’è
Quando l’imperatore è malato,

quando muore o è dubbioso o è perplesso
Fedeli alla linea la linea non c’è
Fedeli alla linea la linea non c’è

(CCCP, 1985)

La “linea” che non c’è rappresenta un imperativo etico, che chiede di essere seguito indipendentemente da ogni cosa, da ogni istituzione, da ogni ideologia; e anche dal comunismo, che un tempo se ne è fatto alfiere, ma che ha finito per compromettersi. Vent’anni più tardi, il brano più significativo dei PGR proporrà ancora lo stesso richiamo alle armi, con una forma musicale e un linguaggio che rimandano ai migliori CCCP:

Vale più un cuore puro e un cazzo dritto
D’ogni pensiero debole, piagnone contro
Comunque sempre e solo insoddisfatto.
Il mondo non vi piace? arruolatevi!

(PGR, Casi difficili, 2005)

In un caso la figura era quella della linea che non c’è; qui si parla di una purezza di intenti e di una necessità, nata in seno all’individuo, di sporcarsi le mani. In entrambi i casi salta all’occhio la mancanza di contenuto di questa chiamata alle armi: militanza come stile di vita, lotta continua per alimentare lo spirito etico in sé stessi.
Accanto all’individualismo anarchico troviamo nei CCCP un continuo richiamo nostalgico per una società pre-moderna, organica, identificata in seguito con la “Bella gente d’appennino”, con la sua scansione del tempo e dello spazio, l’intreccio dei riti sacri e profani, la saggezza popolare. Se nel primo periodo CCCP questo Eden affiora solo con immagini mediorientali (Punk Islam, Radio Kabul), si può cogliere questo struggimento in negativo, nei molti brani in cui lo sguardo si volge al sottobosco rozzo e paranoico dell’Emilia Felix, popolato da spettri imbottiti di psicofarmaci, paranoia, depressione strisciante, insensatezza delirante.
I fuochi nella notte
è solo il punto di arrivo di questa inquieta ricerca della patria ideale, che passa attraverso inni, preghiere (Libera me domine, Madre), visioni idilliache (Campestre), recupero della musica folkloristica (già presente, ma con un altro significato, ai tempi dell’esordio, ma particolarmente evidente nell’ultimo disco Epica Etica Etnica Pathos).

La grande personalità di Ferretti va di pari passo con una scelta di vita che  ha lasciato in molti sgomenti: ci si meraviglia di questa svolta radicale, ritenendola del tutto incompatibile con il suo passato. A prescindere da ciò che si può pensare in merito al suo appoggio per il centro-destra e alla sua adesione entusiasta alla tradizione cattolica (a mio avviso scelte sbagliate, oltre che contraddittorie), costoro hanno torto. Egli non ha fatto che seguire e sviluppare le premesse che stava già formulando al momento di muovere i primi passi della sua carriera; ma tali premesse erano già profondamente ambigue. Il risultato del loro accostamento  ci porta molto vicini ad una filosofia popolare heideggeriana, in cui è presente appunto il richiamo alla scelta per l’autenticità, scelta che è individuale e si dà nel terrore esistenziale provato dal Da-Sein di fronte alla morte, e che allo stesso tempo culmina nella cura per la propria terra, i propri luoghi, la propria gente, le proprie radici.

Torniamo a I fuochi nella notte. Che le cose debbano andare “così” è quindi non un’accettazione rassegnata dello status quo (come ha suggerito implicitamente Cisco), ma una visione sostanziale del bene, associata a una comunità e alle sue pratiche. Visione conservatrice e tradizionalista, accompagnata da uno sforzo etico costante da parte del singolo, senza l’imposizione di alcuna autorità mondana. L’opposto di quanto vale per il folk-rock che tanto successo ha avuto e ha nel centro-sinistra italiano, per cui le tradizioni valgono solo in quanto parte della costruzione di una super-cultura, e la simpatia per i popoli del mondo va di pari passo con la proiezione su di essi di un immaginario popolato da ribelli, sindacalisti, avanguardie rivoluzionarie.

Cancellare quel verso vuol dire tentare di cancellare con un colpo di spugna la carriera e l’esperienza di Ferretti, per collocare le sue canzoni in questo secondo filone, e per far finta che  non siano state una geniale provocazione nei confronti della sinistra italiana, colpevole (e col senno di poi possiamo confermare le accuse) di non dare più ascolto allo spettro del richiamo etico che continua ad aggirarsi per il mondo.

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L'autore

Emanuele Maraschini è membro del collettivo Ipercritica ed è redattore per il settore musicale e cinematografico