La sfida al corpo oltre i limiti dell’umano,
prima della normalizzazione odierna
Le Olimpiadi di Londra da poco concluse ci danno il pretesto per parlare di uno sport di nobili origini e presente sin dalla prima edizione dei Giochi moderni: la ginnastica artistica, più precisamente quella femminile. Se il fatto che vi sia un valore estetico nel gesto atletico, nella perfezione del corpo e nella precisione dei gesti, è un luogo comune diffuso, la ginnastica è una disciplina esplicitamente artistica sin dal nome. A prescindere dalle motivazioni storiche di questo appellativo, ad oggi il principale contributo all’artisticità della ginnastica consiste in una chiara eredità del balletto, o più in generale della danza. Nel voto finale che la giuria dà ad ogni esibizione, essa deve tenere conto dell’equilibrio formale della coreografia, dell’utilizzo bilanciato degli spazi e della coordinazione ritmica con la musica (solo negli esercizi a corpo libero), secondo una concezione classica che non è cambiata molto dall’800 (il secolo dell’invenzione delle scarpette e del predominio della danza femminile su quella maschile). L’emancipazione radicale della forma coreutica, avvenuta nell’ambito delle avanguardie artistiche del XX secolo, non ha sfiorato la ginnastica, e in fondo non ce n’era motivo: gli atleti si devono pur sempre concentrare sulle difficoltà tecniche, e la coreografia è al più una cornice all’interno della quale collocare posizioni, salti, rotolamenti e così via.
Alla ginnastica, che non è interessata a problemi di carattere compositivo, basta stabilire delle linee guida semplici ed efficaci per delineare il campo in cui si andrà a compiere il gesto fisico. Ciò che le viene dal ballo le è in fondo eterogeneo, è esterno al suo principale contenuto. Al contrario la danza, poiché non ha vincoli formali al di fuori da quelli che decide di porsi da sé di volta in volta, mantiene facilmente quel primato per cui siamo abituati a considerarla una forma d’arte. E se i ballerini sono atleti di tutto rispetto lo sono loro malgrado, come effetto collaterale.
Dunque, a ben vedere, l’eredità coreutica della ginnastica è poco più che un residuo delle fondamenta della danza classica. Non si vede come, con così poco, e senza, soprattutto, la possibilità di operare autonomamente sul proprio mezzo (cioè sulla forma dell’esibizione), la ginnastica artistica possa definirsi così, se non per abuso di linguaggio. Stanno davvero le cose in questo modo?
Guardando gli esercizi premiati in questi giorni a Londra ci si rende conto di come quelli di corpo libero siano solo delle lunghe serie di capriole, in cui la coreografia è talmente debole che spesso sembra di osservarne più di uno. Il volteggio stesso non è che un’altra acrobazia. Alla trave e alle parallele si eseguono una serie di tecniche, una dopo l’altra, con gesti meccanici.
Niente, però, ci impedisce di speculare sull’argomento, e di immaginare che, almeno per un certo periodo, sbagliando si sia detta la cosa giusta; che la ginnastica sia stata davvero una forma d’arte, una delle più avanzate del secolo scorso.
Mi riferisco in particolare agli anni ’70, periodo di distensione dei rapporti fra i blocchi statunitense e sovietico, apice dell’industrializzazione moderna, fase di reflusso del clima artistico influenzato da action painting, body art, happening, azionismo. Un orizzonte culturale concentrato sull’esposizione del corpo e dei suoi limiti, in cui l’industrializzazione e lo sfruttamento delle risorse naturali, nonostante i primi segni di crisi e cambiamento, erano ancora trionfanti, mentre sullo sfondo il braccio di ferro nucleare si sublimava in una prova di forza estesa a tutti i livelli della società: benessere economico, dibattito ideologico, competizioni sportive.
Rispetto agli anni precedenti, dominati dallo stile elegante e non particolarmente tecnico della ceca Vera Cavslaska, a partire dalle olimpiadi del 1972 il livello di difficoltà dei salti e delle tecniche aumentò drammaticamente, determinando, sotto la spinta di quelle che sono passate alla storia come alcune delle più grandi ginnaste di sempre (Olga Korbut, Nadia Comaneci, Ludmilla Turischeva…), un’evoluzione radicale della disciplina.
Avvenne che l’apparato muscolo-scheletrico, studiato, allenato e sollecitato con metodi scientifici, cominciò ad emergere dal cuore di quella sorta di danza atletica che era la ginnastica, per imporvisi progressivamente. L’armonia e la grazia del movimento convenzionale e formalizzato convivevano ora con il suo opposto, l’eruzione del corpo, l’acrobazia smisurata, la sfida alla forza di gravità. Più che nella danza, dove questa sfida è sempre presente, ma in modo sommesso, le ginnaste cominciarono ad allenarsi appositamente per realizzare un movimento graziosamente osceno. Un utilizzo del corpo meraviglioso e folle, fatto come se si trattasse della cosa più normale al mondo.
Si può pensare che questa tendenza incarnasse un sentire comune dell’epoca; che gli esercizi non venissero intesi, in questo periodo, solo come coreografia ginnica, ma, almeno in parte, come esposizione di una tecnica del corpo totale, estrema, persino autolesionista; parente dell’acrobazia circense, delle avanguardie artistiche (che al circo erano già molto affini) e – soprattutto – intrisa dello spirito prometeico e totalitario della modernità, votata alla ricerca del controllo assoluto (sull’ente, sulla natura, sul corpo, sul movimento) ma costantemente frustato dal fatto che qualcosa continua a sfuggire sempre.
Il corpo divenne l’arma e il nemico; testimoniano di questa guerra lividi, fratture, infortuni, anoressie, persino il rifiuto violento della pubertà.
Si può prendere come esempio il caso di Elena Mukhina, straordinaria atleta la cui breve carriera fu interrotta dalla tetraplagia provocatale da una brutta caduta in allenamento. Un racconto fedele della sua vicenda sarebbe questo: orfana timida e talentuosa, succube del suo istruttore, esposta alle pressioni della federazione sovietica, per cui l’effettiva superiorità dei paesi dell’Est nello sport era la vetrina più prestigiosa del socialismo reale; dopo una frattura alla caviglia e due operazioni le venne tolto il gesso prematuramente perché potesse ricominciare ad allenarsi per le Olimpiadi di Mosca del 1980, dove avrebbe dovuto portare, nell’esercizio di corpo libero, un salto tipico del repertorio ginnico maschile – un’acrobazia che è quasi un suicidio. Si ruppe la colonna vertebrale provandolo, due settimane prima dell’inizio dei Giochi.
C’è un’altra lettura di questi fatti, cinica ma possibile: che il tragico incidente non costituisse un’eccezione, ma la regola, esposta nella sua forma più pura; che guardare negli occhi il dolore, la menomazione, la paralisi, persino la morte, fosse il prezzo da pagare per raggiungere la suprema padronanza del proprio corpo; col rischio, però, che l’orrore si realizzasse davvero.
La Mukhina, come dichiarò in seguito, non fu mai costretta a seguire il suo destino (che presentì spesso); si sottopose spontaneamente ad allenamenti massacranti, a diete violente; in una certa misura volle lei stessa la sua caduta, mossa da sentimenti ambivalenti, in cui il desiderio di superare il limite fece tutt’uno con quello di annichilirsi in esso.
La giovane russa, purtroppo, non si alzò da terra quel giorno. Se la sua è una storia esemplare, e se incidenti così gravi sono fortunatamente rari, non bisogna dimenticare che la ginnastica artistica resta fra gli sport con il tasso di infortuni gravi (e non) più alto, nonostante gli sforzi della federazione di minimizzare i rischi, con revisioni della struttura degli attrezzi e delle difficoltà tecniche consentite.
Oggi sono in molti a pensare che la magia si sia spezzata, che la ginnastica sia stata “normalizzata”. Nel continuo progresso della tecnica e della preparazione fisica si è finito per perdere la grazia “antigravitazionale” del ballo e dell’acrobazia circense; le atlete, oggi, sembrano quasi delle impiegate del salto mortale in confronto alle loro colleghe di qualche decennio fa, meno veloci e muscolose, ma infinitamente più rapite nei loro gesti.
Per tornare al nostro interrogativo iniziale, credo che la ginnastica sia stata davvero artistica, almeno quando è riuscita a fondere insieme l’ebbrezza del ballo, la tecnica estrema del contorsionismo, l’azzardo dell’acrobazia, l’agonismo dello sport, la fisicità della performance, nella creazione di corpi che potessero ergersi contro le leggi dei corpi.
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