Il Gangnam Style, ovvero la danza agonizzante dell’Occidente

Interpretazione dialettica dell’autocoscienza pseudo-orientale


Il trionfo impressionante del Gangnam Style nei quattro angoli del mondo non è un fenomeno da sottovalutare; o quanto meno, alla luce dei numeri e del livello della sua diffusione, non è possibile paragonare semplicemente questo brano a uno dei tanti tormentoni. Come quest’ultimi, anche il Gangnam Style è destinato a venire rimosso dall’immaginario collettivo precipitando nell’oblio nel giro di pochi mesi, ma ritengo che rispetto a numerosi altri episodi (brani, fenomeni, balletti ecc.) il Gangnam Style possegga delle specificità in grado di illuminare, alla luce di un’analisi critica, il nostro presente. Non solo: i fattori di maggiore efficacia del fenomeno sono comprensibili solo a partire da una sottile e sofisticata strategia socio-psicologica legata a doppio nodo con l’attuale condizione geo-politica internazionale, e perciò con la crisi finanziaria globale, il declino del tardo capitalismo multinazionale, e la diffusione in tutta la società civile occidentale del rifiuto tenace a venire surclassati (economicamente, e perciò stesso culturalmente e spiritualmente) dalle nuove potenze nazionali emergenti.

In questo articolo, tenterò di evidenziare il funzionamento dialettico che ha garantito al Gangnam il suo successo che, seppur non anomalo e unico, è senza dubbio senza precedenti (un miliardo e 200 milioni di visite su Youtube) e per molti versi bizzarro. Il Gangnam, a conferma che nella nostra contemporaneità sono proprio i fenomeni della popular culture a incidere maggiormente sull’immaginario e a riflettere le tendenze globali, è riuscito lì dove il mercato aveva sempre fallito, checché ne dicano e ne abbiano detto filosofi, sociologi e analisti apocalittici. Più di fallimento, va evidenziato come ci si sia riempiti la bocca per decenni a proposito di uniformità globale della cultura, di fine della storia intesa come imposizione del pensiero unico a livello mondiale, di colonizzazione spirituale e culturale del modello e dell’ideologia capitalistico-americana in tutto il mondo; se tutto questo è vero, è anche vero però che tale uniformazione e imposizione era sempre rimasta a uno stato latente, perché se fosse emersa in superficie avrebbe potuto ferire il sentimento e l’orgoglio dei cittadini dei vari paesi.

Perciò, se è vero che il terrorismo jidahista di Al Qaeda altro non è che espressione e produzione del capitalismo che ferisce se stesso (secondo la nota tesi di Baudrillard), e se è vero che il drago dell’economia cinese cavalca l’apertura dei mercati della globalizzazione in apparente contraddizione con la struttura politica e sociale interna della Repubblica Popolare, questa continuità e identità tra Oriente e Occidente si era sempre mantenuta sotto pelle, a livello inconscio, o sarebbe meglio dire  inconsapevole tra le masse. Infatti, eccezion fatta per alcuni sauditi (famiglia Bin Laden compresa) e di alcuni gerarchi del Partito Comunista Cinese, possiamo con ragione affermare la buona fede di chi si sacrifica in nome di Allah convinto di combattere il demone occidentale, o di chi lavorando 16 ore al giorno è convinto di essere artefice del “prolungato balzo in avanti” (oserei dire in avantissimo). Il trucco è non fare sapere all’operaio stakanovista cinese che il “superbalzo” è dovuto all’adozione di dinamiche e soluzioni economiche che provengono dall’Occidente, e che non sarebbe stato possibile se ci si fosse attenuti rigidamente (come hanno fatto negli anni Castro, Pol Pot, Ahmadinejad e Jong-Il) al modello e all’idea che si sventolava con orgoglio, restando rigidamente contrapposti all’Occidente e al libero mercato.

A questo punto, però, torniamo al Gangnam: ho parlato di fenomeno senza precedenti perché per la prima volta (specie per merito del web) è stata possibile un’effettiva condivisione globale, anche se come vedremo dialetticamente il trionfo dell’identità implica sempre una qualche differenziazione relativa ai soggetti (collettivi o individuali) che sono stati coinvolti nella frenetica danza godereccia e grottesca, circo di divertissment funzionale (come per tutta la storia dell’industria culturale) al mantenimento dell’ordine vigente. Il Gangnam è stato ascoltato, ballato, cantato, interpretato da personaggi politici americani, in medio Oriente, da Madonna, da atleti di ogni provenienza geografica, e persino in Cina si è assistito a emulazioni e interpretazioni di gruppo. Questo è strano se ci si pensa, perché il cantante del brano, PSY, è un sudcoreano; la Corea del Sud è il più potente erede della trascorsa fortuna del Giappone, con una crescita economica notevole e un progresso invidiabile. Si tratta di un paese radicalmente occidentalizzato, industrializzato secondo modelli anglosassoni, essendo sotto l’influenza americana fin dagli anni ’50 . Perciò, la cosa più prevedibile sarebbe un sentimento di odio e repulsione degli orgogliosi cinesi, che dovrebbero in questa maniera rivendicare la loro distinzione rispetto alla frivolezza degli yankee. Ma così non è, e non è tutto: persino nella odiatissima e chiusissima Corea del Nord i brani pop-dance del K-Pop (pop coreano, che spopola in patria e non solo evidentemente) iniziano a diffondersi, e lo stesso Gangnam è stato utilizzato seppur in versione parodistica da parte della dittatura (ma la parodia non fa che riconoscere l’esistenza e la celebrità del fenomeno) [link articolo].

Il Gangnam piace a tutti, senza avere peculiarità formali particolari: il brano è di estrema banalità, ma è noto come nel codice specifico del genere pop questo non ha affatto importanza. I caratteri capaci di incidere sulla sensibilità del grande pubblico sono altri: innanzitutto, tipico dello slang del rap, c’è una forte presenza di parole pronunciate in maniera “slabbrata” con vocalismi accentuati alla fine del verso (yeoja, sanai), tecnica condivisa fortemente anche dal pop di lingua anglosassone. Questo ci introduce al principio formale e al contempo ideologico alla base della fortuna di PSY, e anche alla sua connotazione dialettica. Il brano è cantato in coreano, secondo uno stile e un genere particolarmente inflazionato in Occidente (la pop-music elettronica); è cantato da un coreano, e racconta la vita sfrenata fatta di belle donne, piscine e feste della regione del Gangnam, una sorta di West Coast coreana. Il modello di riferimento sono i videoclip delle rap-star americane come Snoop Dogg e compagnia per intenderci, con la non trascurabile differenza, come spiegheremo meglio in seguito, di una ben più convinta dose di autoironia.

Ora, se paragoniamo il brano a un altro fortunatissimo fenomeno di qualche anno fa, simile per molti versi al Gangnam per la fortuna del balletto annesso e per la diffusione massiccia a livello internazionale, ovvero The Ketchup Song (meglio conosciuta come Aserejè) delle Ketchup, possiamo comprendere l’ineguagliabile valore del Gangnam. La filastrocca delle Ketchup infatti manteneva una dimensione di irriducibile appartenenza esotica: si tratta delle ritmiche spagnoleggianti che evocano ambienti mediterranei e latini, ma soprattutto il brano, per quanto divertente e “leggero”, non è affatto parodistico nei confronti di se stesso. Il Gagnam Style invece, data la sua spudoratezza (pensiamo alla goffaggine dei gesti del  balletto) si connota da subito come qualcosa di autoironico, di infantile e “stupido”. Non sorprende che il maggior successo del Gangnam sia nei paesi anglofoni (Inghilterra, Australia e soprattutto Stati Uniti), principali produttori dell’immaginario occidentale: gli stimatori di questi paesi, e di quelli europei riconoscono perciò in quella danza tarantolata il motivo di una loro inconscia affermazione di superiorità.
Si tratta di un’esigenza psichica veicolata dall’attuale crisi economica: se il proprio paese è destinato al declino, allora tanto vale rivendicare il proprio dominio a livello di immaginario simbolico e culturale. Questo dominio si esprime dialetticamente da un lato nel fatto che il brano, seppur cantato in coreano e cantato da un coreano, è una derivazione di un genere tipicamente occidentale e facilmente riconoscibile dal gusto del pubblico euro-americano; dall’altro lato, tale superiorità è emanata dall’evidente goffaggine dell’interprete, dal suo imbarazzante e buffo tentativo di assomigliare a un originale (che il pensiero occidentale-centrico, pateticamente, ritiene ben più serio e legittimo). Danzato in gruppo il Gangnam Style è una manifestazione di paternalismo (“e bravi gli asiatici, siete simpatici, fate quello che noi facciamo già da almeno 30 anni…”), e allo stesso tempo un modo di specchiarsi nell’uniformità globale dell’immaginario (“cari asiatici, ci riappropriamo di qualcosa che è già da subito nostro, perché ci avete copiati”).

D’altronde, la dialettica non si ferma qui: il coreano, espressione di un’economia in netta crescita e capace di invadere il mercato internazionale, passa attraverso l’Occidente ma resta coreano (la lingua del brano e la promozione dei propri luoghi), e in questa maniera risponde alle platee occidentali che ballano e cantano il suo brano: “vi faccio ridere e divertire vero? Ma guardate che nemmeno io mi sto prendendo sul serio, non vedete le immagini del video? Per chi mi avete preso? Dovrei essere proprio cretino, e invece mi sto approfittando di tutti voi…”, soprattutto perchè il Gangnam può essere interpretato come l’immagine che l’Oriente ha dell’Occidente, uno sprezzante e ulteriore tentativo di dimostrare una presunta superiorità (questa volta a parti invertite) nei tempi dello storico sorpasso in materia di sviluppo, ricerca e benessere. Godere di esso da parte dell’occidentale è puro masochismo, è pulsione di morte ma soprattutto manifestazione esemplare della tendenza suicida del suo sistema capitalistico.

Il cerchio si chiude nell’uniformità conseguita pienamente: si tratta di un gioco di specchi infinito, dove l’Occidente deride l’Occidente, e l’Oriente emergente contamina l’Occidente adottando i suoi stessi mezzi perché ridere di questo Oriente è evidentemente ridere di se stessi (anche perché la Corea del Sud, come detto, è da tempo occidentale). È la medesima dinamica dell’economia asiatica trasposta sul piano della popular culture e dell’immaginario globale. In questa maniera l’Occidente, in una danza agonizzante, spera di rimandare di qualche tempo il proprio declino, ma è una speranza vana, perché a ciò è direttamente proporzionale la marcia trionfale asiatica. Questa’ultima è confermata proprio dall’autocoscienza del brano nel “non prendersi sul serio” (come invece è accaduto fino a oggi al pop asiatico, che infatti veniva spesso deriso dall’altra parte del mondo senza voler affatto perseguire quel fine): deridere il Gangnam Style non ha senso, o meglio è il conseguimento da esso ambito nella sua diffusione. Perciò è questo il passo decisivo del Gangnam: la coscienza che esso ha di ciò che è e di ciò che manifesta al mondo, ed è in questa coscienza l’elemento originale, potente, che dimostra la sfida dell’Oriente al “vecchio” impero americano-europeo.

Tra gli interpreti celebri del giocoso balletto di PSY spicca il nome dell’artista cinese dissidente ed esiliato Ai Weiwei; come è stato per alcune manifestazioni pro-Tibet, il Gangnam style in questo caso diviene un inno della Corea del Sud, ovvero dell’Occidente, contro il nemico di sempre, ovvero la Cina comunista. Ma davanti al fatto che il Partito Comunista Cinese ha concesso la circolazione sui social network nazionali del video di PSY e che anche in Cina sono numerose le emulazioni, non possiamo non trovare un’ulteriore conferma della lancinante dialettica del fenomeno, talmente tesa da esaurirsi nella dimostrazione del perseguimento dell’identità globale compiuta. Si tratta di comprendere se sia stato, come hanno pensato in molti fin dagli anni ’60, l’Occidente ad aver assorbito l’Oriente oppure il contrario. Per quanto tesa la dialettica continua a vibrare.

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L'autore

Alessandro Alfieri è fondatore e direttore responsabile di Ipercritica, e si occupa prevalentemente di arte, cinema e popular music